L’alpinista del futuro secondo Steve House

Lezione di alpinismo sulla piattaforma “Uphill Athlete” dove è possibile concordare piani di allenamento “su misura” per varie discipline legate alla montagna. A impartirla è un maestro sicuramente prestigioso, l’americano Steve House che nel 2006 a Courmayeur ricevette il Piolet d’or per l’ascensione in coppia con Vince Anderson della parete Rupal del Nanga Parbat. Nell’intervista effettuata da Luca Gastaldini per “Sport Week” alcuni passaggi essenziali riguardano l’alpinismo del futuro che Steve riassume in una parola: creatività. Laureato in scienze dell’ecologia presso l’Evergreen State College nel 1995, Steve è guida riconosciuta dall’Union Internationale des Associations de Guides de Montagnes. Dal 1997 è testimonial dell’azienda Patagonia e della Grivel di Courmayeur. “Le montagne”, spiega House nell’intervista, “sono caverne dove gli alpinisti lasciano i loro dipinti. La vera sfida oggi è quella di affrontare le scalate con creatività. L’alpinismo è allo stesso tempo arte e sport, ma per quanto mi riguarda è soprattutto arte”. Nihil sub sole novi. Già Severino Casara aveva battezzato un suo celebre libro oggi ristampato dalla Hoepli “L’arte di arrampicare di Emilio Comici”. Nemmeno l’indimenticabile Armando Aste aveva dubbi sostenendo che “l’alpinista è un artista e le vie dell’alpinismo sono le sue opere”.

Come potresti descrivere il tuo alpinismo?, è stato chiesto anche a Steve. “Il contatto con l’ambiente dev’essere strettissimo. Le scalate per me sono una forma di meditazione, un modo per ripulire la mente alla perfezione come se avessi usato un buon canovaccio. In sintesi, mi accontento di un buon partner, di un discreto equipaggiamento e di belle montagne”. Modelli a cui Steve s’ispira? Nessun dubbio, Walter Bonatti è il suo eroe prediletto. “Ma oggigiorno mi ispiro soprattutto ad artisti, pittori e poeti”. Anche Steve dev’essersi accorto che oggi nell’alpinismo si è persa in genere la poesia. Progetti in vista? “Ho un bambino, Franz, di diciotto mesi. La mia famiglia oggi è la vera priorità”.

Vince Anderson, compagno 12 anni fa di Steve House al Nanga Parbat,  è ancora un buon amico. “Ma quando ci troviamo”, dice Steve (a sinistra nella foto), “preferiamo parlare dei nostri figli piuttosto che di scalate”.

Problemi di coscienza? Si, la scia che i jet rilasciano dietro scarrozzandolo avanti e indietro nei cinque continenti. Fondamentale sarebbe per lui ridurre “la propria impronta ecologica”, ma in questo Steve si sente carente. Il pensiero dominante? Quel 5 settembre 2005 con Vince Anderson, Steve House tracciò una nuova via al pilone centrale sul versante Rupal del Nanga Parbat. Ebbene, questa grande e irripetibile impresa gli ha lasciato una miriade di ricordi. “In tutta onestà ripenso quasi ogni giorno a questa scalata, e dire che di anni ne sono passati 12! Quegli otto giorni furono durissimi, ma i 15 anni che la precedettero furono ancora più duri, mi insegnarono molto della vita. Perché i sogni richiedono immensi sacrifici e determinazione, ma importante è che si realizzino all’età giusta. Anche Bonatti a 35 anni capì, non a caso, che era arrivato il momento di lasciare l’alpinismo militante”. (Ser)

 

 

 

 

 

FONTE: https://www.uphillathlete.com/the-future-of-alpinism/?utm_source=Newsletter&utm_campaign=0fde7d8e81-Future+of+Alpinism.+Train+for+Rocktober.&utm_medium=email&utm_term=0_d4dbbfc70b-0fde7d8e81-152506045&mc_cid=0fde7d8e81&mc_eid=2da469cdc8

 

 

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