Verso un turismo insostenibile. La denuncia di MW

Sulle prospettive del turismo invernale legato alle sorti dello sci si è espresso nel mese di febbraio 2018 con un documento denuncia intitolato “Nuovi impianti di risalita nelle Alpi” il Comitato etico-scientifico di Mountain Wilderness Italia composto da esperti in varie discipline, tra i quali si possono citare Erri De Luca, Kurt Diemberger, Carlo Alberto Graziani, Ugo Mattei, Salvatore Settis, Paolo Maddalena, Paolo Cognetti, Michele Serra. Il Comitato ha preso in esame quattro casi emblematici schierandosi senza esitazioni contro nuovi, inutili e dannosi impianti di risalita. Il primo riguarda le Dolomiti di Sesto, tra la provincia di Belluno e l’Alto Adige (passo di Monte Croce Comelico – Croda Rossa -Padola). Il secondo caso riguarda i progettati impianti funiviari che dovrebbero collegare la valle d’Ayas in val d’Aosta con il comprensorio sciistico di Cervinia attraverso il ripido vallone delle Cime Bianche. Il terzo riguarda l’Alpe Devero (VB), nelle Alpi Lepontine, e il quarto la conca di Cortina d’Ampezzo. Con l’auspicio che lo sci su pista possa continuare a essere praticato in modo totalmente sostenibile, sia dal punto di vista ambientale sia da quello economico.

15.000 impianti di risalita sono più che sufficienti!

Durante il XX secolo le montagne italiane – e in particolare le Alpi – sono state il teatro di cambiamenti spesso radicali che ne hanno profondamente alterato il profilo tradizionale. Tali cambiamenti sono dovuti all’espansione antropica, derivata dall’evoluzione impetuosa della cultura del tempo libero e alla susseguente esplosione dello sci di discesa – o sci alpino – che ha reso necessarie vistose manomissioni dei territori interessati. Le centinaia di km di piste, spesso aperte verticalmente nel mantello boscoso delle valli, non hanno solo permesso alle folle degli appassionati di esibirsi in veloci ed eleganti evoluzioni, ma spesso hanno favorito la discesa torrenziale delle acque piovane, dimezzando i tempi di corrivazione delle ondate di piena e rendendone più devastanti gli esiti. Senza contare i danni ai delicati equilibri della fauna di quota, alla percezione visiva delle bellezze del paesaggio e il consumo smisurato delle risorse idriche. Questo quadro è tanto più preoccupante in un contesto di cambiamenti climatici, in cui gli apporti nevosi si sono drammaticamente ridotti durante la stagione invernale. A fronte di tali scelte monodirezionali resistono qua e là, sia nelle Alpi sia negli Appennini, aree dove, grazie alla forza delle antiche consuetudini (i cosiddetti usi civici) resta intatta la tradizionale destinazione agro-silvo-pastorale, senza che ciò accresca il dramma dello spopolamento. Purtroppo queste esperienze esemplari, arricchite dal coraggio e dall’intelligenza dei protagonisti, vengono trascurate dalla cultura oggi dominante che tutto sacrifica alla legge del profitto e agli interessi dei grandi gruppi finanziari.

“Secondo la Costituzione nessuno può pensare di essere il padrone assoluto di un bene materiale…”

Anche se la responsabilità per la banalizzazione dell’esperienza della montagna, ridotta a carosello puramente ludico, ricade soprattutto su disegni speculativi esterni, non si può negare che gli abitanti delle Alpi e degli Appennini hanno avuto una parte di responsabilità nella scelta del modello di sviluppo fondato sulla monocultura dello sci di discesa, con le sue aggressive ricadute e la povertà culturale della sua offerta. E’ innegabile che tali scelte abbiano portato in molti casi benefici economici concreti; per questo è sbagliata ogni valutazione aprioristicamente de-contestualizzata e supponente. Se sarebbe ingiusto e ingeneroso demonizzare gli abitanti delle vallate montane per ciò che è accaduto, resta altrettanto errato esimerli da ogni pecca. La fratellanza costruttiva dell’associazionismo ambientalista, spogliata da ogni sfumatura condiscendente, potrebbe invece aiutarli a trovare essi stessi la via per uscire da questo percorso che sta minacciando di rivelarsi un vicolo cieco, rendendosi conto che i vantaggi materiali conseguiti, per quanto indubbi, si stiano dimostrando assai più fragili del previsto e pagati a caro prezzo con l’abdicazione a identità culturali costruite nei secoli. Continuare ad aggrapparsi con fede cieca al mito di un progresso che calpesta le vocazioni dell’ambiente naturale in nome del profitto rappresenta un errore sempre più evidente, anche dal punto di vista di un’economia lungimirante.

Il paesaggio naturale italiano, tutelato dalla Costituzione (articolo nove), va considerato in tutti i sensi un bene comune che – proprio come tale – non può essere imprigionato nelle maglie degli interessi particolari e esclusivi di questa o quella comunità. Sempre secondo la Costituzione nessuno può pensare di essere il padrone assoluto di un bene materiale. Di conseguenza i diritti di coloro ai quali è capitato in sorte il destino di nascere e vivere nelle valli montane restano innegabili e devono essere tenuti in debito conto; ma vanno armonizzati con la vocazione dei luoghi, così come essa è percepita, riconosciuta e difesa dall’intera collettività nazionale. Non soltanto ciascun cittadino italiano, ma ciascun cittadino del mondo ha il pieno diritto di esprimere preoccupazione per la logora ma tenace deriva consumistica che condiziona la fruizione delle nostre montagne. Solo accettando questa verità, che supera il groviglio delle convenienze puramente localistiche, sarebbe possibile dare vita a un dialogo costruttivo tra i portatori dei diversi interessi in gioco.

“Ingiusto e ingeneroso demonizzare gli abitanti delle vallate montane, resta però errato esimerli da ogni pecca…”.

Oggi lungo l’arco alpino sono attivi circa quindicimila impianti meccanici di risalita che servono migliaia di chilometri di piste. Molti risultano in passivo e debbono essere sostenuti da pubbliche sovvenzioni. E’ un’ulteriore testimonianza che il fabbisogno per gli appassionati di questo sport è ormai abbondantemente coperto. Sarebbe ed è auspicabile arrestarne definitivamente ogni ulteriore sviluppo, anche in considerazione degli effetti sul mantello nevoso dei cambiamenti climatici che costringono le stazioni degli sport invernali a ricorrere con crescente frequenza a costosi cannoni spara-neve con conseguente costruzione di bacini idrici per l’innevamento. O per lo meno vietare l’ampliamento degli impianti a quote inferiori ai 2000 metri o superiori ai 2500 metri (regno della fauna d’alta quota che non deve essere ulteriormente disturbata).

Il Comitato etico-scientifico di Mountain Wilderness Italia, su richiesta del consiglio direttivo dell’associazione, ha preso in esame quattro casi emblematici, senza dimenticare che casi simili stanno accadendo anche in Trentino e in altre regioni alpine.

Il primo riguarda le Dolomiti di Sesto, tra la provincia di Belluno e l’Alto Adige (passo di Monte Croce Comelico – Croda Rossa -Padola). Il collegamento sciistico progettato verrebbe pagato per il 70% dalla provincia di Bolzano con 26 milioni di euro, allo scopo di far tracimare nel Veneto la rete degli impianti della val Pusteria, ormai stracolma. Il progetto prevede la realizzazione di due nuovi impianti di risalita e 3 nuove piste, in un’area compresa tra 1200 metri (Padola) e 1972 metri (Cima dei Colesei); quest’ultima in piena area buffer delle Dolomiti UNESCO. A tal proposito è importante ricordare che condizione per l’iscrizione di questi territori nel patrimonio mondiale UNESCO (e per il mantenimento di tale titolo) è che non vengano sviluppati nuovi impianti. La realizzazione del nuovo carosello sciistico non solo non raggiungerebbe i 2000 metri di cui si è detto più sopra, ma causerebbe la radicale trasformazione antropica di uno degli ultimi gruppi montuosi ancora in gran parte intatti delle Dolomiti Orientali. Si tratta di un ambiente naturale di enorme valore naturalistico e paesaggistico, giustamente inserito dall’UNESCO tra i monumenti del mondo e protetto dalla rete di Natura 2000. E’ probabile che i soldi pubblici stanziati per portare a compimento una simile manomissione potrebbero molto più significativamente essere devoluti alla riqualificazione di servizi necessari alla vita di quelle vallate, al fine di contrastarne il progressivo spopolamento. Bene ha fatto la Sovrintendenza di Venezia a esprimere più di una volta parere negativo al progetto. Il Comitato etico-scientifico di Mountain Wilderness si augura che questa ferma posizione venga  mantenuta e rispettata dalla Regione Veneto.

“Sarebbe auspicabile”, spiega il Comitato etico scientifico di Mountain Wilderness Italia, “arrestare definitivamente ogni ulteriore sviluppo degli impianti, anche in considerazione degli effetti sul mantello nevoso dei cambiamenti climatici”.

Il secondo caso riguarda i progettati impianti funiviari che dovrebbero collegare la valle d’Ayas in val d’Aosta con il comprensorio sciistico di Cervinia attraverso il ripido vallone delle Cime Bianche. Questo progetto ha la pretesa di rilanciare l’economia delle valli del Monte Rosa creando un nuovo polo di attrazione: il terzo comprensorio sciistico al mondo per lunghezza di piste e un carosello di impianti per gite estive. Anche se ciò portasse veramente alle popolazioni locali sensibili vantaggi economici – ma molti studi lo metterebbero in dubbio – resta il fatto che l’impianto funiviario previsto altererebbe irreparabilmente l’ultima grande vallata alpestre del comprensorio in questione, priva fino ad oggi di infrastrutture antropiche impattanti, con evidenti danni al paesaggio, alla biodiversità, alla fruizione rispettosa degli spazi incontaminati da parte del turismo estivo. Non va dimenticato che il progetto venne a suo tempo già esaminato e scartato dal Masterplan. La stima dei ricavi compiuta dal futuro gestore presume condizioni di mercato poco realistiche che non tengono conto dei cambiamenti climatici e del progressivo diminuito interesse per la pratica degli sport invernali da parte del pubblico. È evidente che l’obiettivo principale del progetto non risiede nella sua effettiva utilità economica, ma nella possibilità di lanciare un’operazione di immagine utile in generale alla Valle d’Aosta; il cui governo ha ottenuto il consenso delle comunità locali attraverso la farsa di un referendum limitato ai capi famiglia. Infine nel caso in esame nessuna giustificazione di tipo socio-economico potrebbe essere addotta: la valle d’Ayas non è vittima di spopolamento e i suoi abitanti non versano in condizioni economiche difficili. Parere negativo.

Fatte salve tutte le differenze nei dettagli, analogo discorso deve essere fatto per il progetto di sviluppo sciistico che riguarda l’Alpe Devero, mirabile esempio di integrazione fra natura, attività agropastorali e turismo, sita nel cuore delle Alpi Lepontine e inclusa nel perimetro di uno dei più antichi parchi regionali del Piemonte. Il progetto, al quale la Regione Piemonte non ha ancora concesso l’assenso, provocherebbe pesanti e ingiustificate trasformazioni ambientali, degradando irreparabilmente siti montani di gran pregio, come la selvaggia val Bondolero e le creste sommitali del monte Cazzola. Queste ultime difese espressamente da qualsiasi forma di antropizzazione dal piano Paesaggistico Regionale, approvato il 3 ottobre 2017, d’intesa col Ministero dei Beni Culturali e del Turismo. Va aggiunto che non siamo in presenza di un’area depressa: l’Alpe Devero si trova al centro di un comprensorio escursionistico di grande pregio, molto frequentato da chi ama immergersi con rispetto e attenzione in un ambiente naturale di particolare fascino. Anche in questo caso sarebbe dunque improprio appellarsi a ragioni volte al superamento di condizioni economiche precarie. Tanto è vero che alcuni albergatori del luogo non temono di esprimere giudizi negativi sul progetto e hanno collaborato alla formazione di un Comitato in difesa dell’Alpe di Devero. Il Comitato etico-scientifico di Mountain Wilderness si schiera senza esitazioni al loro fianco e invoca una ferma presa di posizione della Regione Piemonte.

Resta da parlare delle trasformazioni ambientali previste per mettere in grado la conca di Cortina d’Ampezzo di ospitare sia le finali di coppa del mondo (marzo 2020) sia i campionati mondiali di sci alpino (febbraio 2021). In previsione di questi eventi sono stati stanziati centinaia di milioni di euro (destinati a crescere come accade con tutte le grandi opere italiane), che sono stati accompagnati dalla nomina di due commissari straordinari e dall’emanazione di norme ad hoc (contenute nell’art. 61 del decreto legge 50/2017 e nel comma 876 della legge di bilancio 2018) le quali attribuiscono ai commissari pericolosi poteri speciali e rendono più flessibili e veloci le procedure di approvazione dei progetti, a partire da quelle che regolano le conferenze di servizi. Due sono i livelli di intervento: la viabilità di alta percorrenza (riguardante in particolare la statale 51 “Alemagna”), qualificata di preminente interesse nazionale; e la realizzazione degli impianti sportivi. Il primo livello ha l’obiettivo di risolvere, mediante gallerie, rettifiche di curve, varianti, consolidamenti, gli annosi gravi problemi del collegamento con Cortina, ma difficilmente potrà essere portato a termine nel 2021: in realtà è destinato a dar vita a una nuova rotta internazionale del traffico merci che attraverserà il Brennero evitando parte dei pedaggi autostradali, con gravi conseguenze su tutta la valle (invasione di mezzi pesanti, inquinamento, rumori). In sintesi ciò è il risultato dell’assenza di una visione strategica nella politica dei trasporti. Il secondo livello comporta ampliamenti di piste, modifiche di tracciati, una nuova grande pista e un bacino idrico sulle Cinque Torri, adeguamenti stradali per arrivare alle piste e relativi parcheggi, collegamenti funiviari tra i quali si prospetta quello, destinato a modificare per sempre l’assetto del territorio, tra Cortina e la Val Badia con conseguenti estesi disboscamenti e massicci movimenti di terra. La “Signora delle Dolomiti” si prepara a trasformarsi definitivamente in un immenso e sguaiato carosello ludico/speculativo. Per entrambi i livelli di intervento il criterio fondamentale è quello dell’urgenza, mentre quello della tutela ambientale viene marginalizzato o addirittura, come avviene nelle citate norme, ignorato. Il Comitato etico-scientifico ritiene invece che oggi proprio Cortina rappresenti il vero banco di prova della capacità e della volontà del governo del paese di tutelare il territorio e le sue tradizioni e di dar vita a uno sviluppo effettivamente sostenibile.

Febbraio 2018

Firmano per il Comitato etico scientifico di Mountain Wilderness Italia:

  • Pietro Bellasi: già docente di Sociologia dell’Arte, Unversità di Bologna
  • Salvatore Bragantini: economista e editorialista del Corriere della Sera. Alpinista.
  • Luisa Bonesio: già prof. di Estetica e Geofilosofia del paesaggio, Università di Pavia
  • Duccio Canestrini: docente di Sociologia e Antropologia del Turismo, Università di Pisa e Lucca. Probiviro dell’associazione italiana Turismo Responsabile.
  • Federica Corrado: presidente di CIPRA Italia. Ricercatrice in tecniche e pianificazione urbanistica, Politecnico di Torino
  • Enrico (Erri) De Luca: romanziere, poeta, traduttore, saggista. Alpinista.
  • Fausto De Stefani: alpinista, garante di Mountain Wilderness International.
  • Kurt Diemberger: alpinista, scrittore, film maker. Presidente onorario e garante di Mountain Wilderness International.
  • Vittorio Emiliani, giornalista, saggista, presidente del Comitato italiano per la bellezza, medaglia d’oro ai benemeriti della cultura e dell’arte.
  • Massimo Frezzotti: dirigente ricerca ENEA, già responsabile dell’ unità tecnica Antartide. Presidente del comitato glaciologico italiano; Alpinista.
  • Carlo A. Graziani: ordinario di Istituzioni di Diritto Privato, Università di Siena. Già presidente del Parco Nazionale dei Sibillini
  • Alessandro Gogna, alpinista, guida alpina, scrittore, giornalista. Garante di Mountain Wilderness International
  • Cesare Lasen: già presidente del Parco Nazionale delle Dolomiti Bellunesi; botanico e protezionista
  • Sandro Lovari: Professore Senior di Conservation Biology, Università di Siena.
  • Paolo Maddalena: prof di Diritto per il patrimonio culturale e ambientale. Università della Tuscia; magistrato. Già Giudice Costituzionale.
  • Mario Maffucci: già dirigente RAI. Giornalista. Esperto in comunicazione.
  • Ugo Mattei: ordinario di Diritto Civile, Università di Torino. Competenze in giurisprudenza, beni comuni e ambiente montano
  • Franco Michieli, scrittore, pubblicista, alpinista. Garante di Mountain Wilderness International
  • Carlo Alberto Pinelli, alpinista, regista, scrittore. Docente di Cinematografia Documentaria, Università Suor Orsola Benincasa, Napoli. Garante di Mountain Wilderness International
  • Italo Sciuto: docente di Filosofia Morale, Università di Verona
  • Michele Serra. Giornalista, opinionista, scrittore.
  • Stefano Sylos Labini: dirigente ENEA, geologo, esperto di energie rinnovabili e politiche economiche
  • Francesco Tomatis, alpinista; ordinario di Filosofia Teoretica, Università di Salerno. Garante di Mountain Wilderness International.
  • Stefano Unterthiner: firma del National Geographic. Zoologo e fotografo.
  • Matteo Righetto, opinionista, romanziere

 

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