Foreste dimenticate. La tratta del legname perduto

“Il Nord Est esporta e ricompra in Austria il suo stesso legno”, titolava domenica 6 dicembre “Il Sole 24 Ore”. I colpevoli di questa anomalia? “Una catena di scelte politiche, imprenditoriali, ambientali e di tutela del territorio”, era spiegato nel quotidiano di Confindustria. Questo è anche il parere di Luigi Casanova, uno dei maggiori esperti di selvicultura, ambientalista e presidente onorario di Mountain Wilderness Italia. Che nell’approfondimento qui poubblicato, gentilmente concesso su richiesta di MountCity, invita politici, imprenditori, sindacati ed esperti selvicultori con gli ambientalisti a fianco “a costruire un processo produttivo efficiente del legno”.

L’inchiesta del Sole 24 Ore

Non era sfuggita l’estate scorsa ai turisti in visita al Cadore e al Comelico l’opera di sgombero nelle foreste che nel 2018 avevano subito lo schiaffo del ciclone Vaia. Sulla statale del Passo di Monte Croce che mette in comunicazione il Comelico con l’Austria sfrecciavano in continuazione i tir austriaci mandati in Italia a fare provvista di legname. Si ebbe anche notizia di ribaltamenti che misero in allarme gli automobilisti. Autocarri potenti muniti di gru manovrate con perizia si avventavano sui tornanti dopo essere penetrati e usciti dalle foreste della val Visdende lasciando tracce vistose nel sottobosco. A pieno carico, ruggendo come bolidi di formula 1, gli autocarri salivano verso il confine, lungo la statale stretta e contorta. Uno spettacolo impressionante.

Che fine fa tutto quel legname? Lo svela un servizio sul Sole 24 Ore di domenica 6 dicembre spiegando quale business stia dietro quei tir carichi di tronchi italiani pregiati “che percorrono pochi chilometri per essere lavorati nelle segherie di Tirolo e Carinzia ed essere successivamente reimportati in Italia come semilavorati e travi lamellari”. 

C’è da trasecolare nell’apprendere, come espresso nel titolo del servizio di Roberto Da Rin, che “il Nord Est esporta e ricompra in Austria il suo stesso legno”. Ma proprio così stanno le cose. Una perversione concettuale, produttiva e ambientale la definisce l’autore dell’articolo. I colpevoli? “Una catena di scelte politiche, imprenditoriali, ambientali e di tutela del territorio. Con un danno enorme. I valligiani del Cadore, Comelico Feltrino e Cansiglio”, si legge sul giornale di Confindustria, “assistono inermi alla tratta del legname perduto. I boschi sono stati dimenticati e il loro valore economico, sociale, occupazionale è dissipato”. 

La denuncia appare gravissima. Paghiamo due volte il trasporto (andata e ritorno dall’Austria) e naturalmente la lavorazione effettuata dagli austriaci che, de facto, ci rivendono il nostro legname. Perché la (non) politica del territorio ha prodotto errori sequenziali: nessuna manutenzione del bosco, mancata programmazione dei tagli e frammentazione della proprietà fondiaria. “Negli ultimi anni la moria di segherie è stata impressionante”, rivela al Sole 24 Ore Alessandra Stefani, responsabile della Direzione delle foreste al Ministero delle Politiche Agricole. “E oggi il nostro legname è fuori mercato”. 

Viene spontaneo a questo punto considerare che più di un anno fa la gente del Comelico scese in piazza per sostenere un problematico progetto di collegamento sciistico al costo di 44 milioni di euro, di cui 26 finanziati dalla Provincia di Bolzano attraverso il Fondo per i Comuni confinanti. Nel frattempo le facciate di palazzi e chiese si sono riempite di striscioni con l’invito o la supplica “fateci restare”. Come se tutti i guai legati allo spopolamento potessero nascere dalla bocciatura dell’impianto. Ignorando o fingendo di ignorare che alla base dei malesseri c’è “l’accettazione di ogni imposizione sul territorio”, come spiegò Luigi Casanova, presidente onorario di Mountain Wilderness Italia schierata contro il collegamento con la Pusteria, “e non ci si accorge che a causa di un certo tipo di industria del turismo la montagna è abbandonata: non perché perde residenti, ma perché i residenti non mettono più le mani nella terra, non usano motoseghe e picconi, non tolgono le piantine dai pascoli, ma svendono”.

“Svendono i pascoli ai ricchi allevatori austriaci e bavaresi, svendono il legname schiantato da Vaia alle grandi segherie austriache e slovene”, precisò un anno fa Casanova, “e hanno dovuto chiamare una massa lavoro e tecnologica dai paesi alpini di oltralpe per poter almeno iniziare la raccolta degli schianti”. Uno scenario che adesso Il Sole 24 Ore ha messo ulteriormente a fuoco. (Ser)

Il ciclone Vaia ha causato 9,6 milioni di schianti. In apertura il recupero dei tronchi in Val Visdende, nel Cadore (ph. Serafin/MountCity)

Così la montagna si impoverisce

Non solo nel Comelico, ma anche a Bolzano (meno che da altre parti, del resto ha subito “solo” 1,2 milioni di metri cubi di schianti, mentre il Trentino supera i 4 milioni, il Veneto è sui 3 milioni), Trento, Altopiano di Asiago succede questa tratta del legname perduto come viene definita dal Sole 24 Ore. Un 10% del legname se ne va addirittura in Cina.

Confindustria ha delle responsabilità dirette: comunque fa bene a denunciare. L’Italia importa oltre 8 milioni di legname all’anno (non ne taglia di suo nemmeno 2 milioni) mentre Vaia ha causato 9,6 milioni di schianti, più altre piante cadute successivamente per neve pesante o attacchi di parassiti (bostrico e non solo). Portare all’estero il nostro legname è follia. O meglio, dimostra l’incapacità della nostra politica, ma io direi della nostra imprenditoria, di costruire filiera.

Esportare tondoni e non lavorarli a casa propria, dentro una lineare filiera completa (bosco – segherie – industria della trasformazione – mobiliieri  – biomasse…) significa esportare Valore aggiunto dei territori. Cioè impoverire la montagna e portare altrove la ricchezza. Poi andiamo a ricomprare il prodotto finito all’estero. Abbiamo offerto a 60 euro per metro cubo, quando va bene (ora stiamo svendendo a 5 – 8 euro per metro cubo) il nostro prodotto e lo ricompriamo a 7 -900 euro.

La soluzione? Prendere spunto dal fallimento di Vaia: politici, imprenditori, sindacati ed esperti selvicultori con gli ambientalisti a fianco costruiscano un processo produttivo efficiente del legno. Senza distruggere il territorio come sta avvenendo con Vaia, cioè senza utilizzare enormi macchine operatrici, non idonee alla montagna e alla selvicoltura italiana, rispettando le aree protette, non costruendo ulteriori strade forestali ma usando efficienti teleferiche. 

Luigi Casanova

Molte strade forestali sono state costruite per la rimozione del legname con gravi danni per il territorio.


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