Tutti campioni con il passo finlandese

Vestivamo “alla fondista” in quegli anni di piombo sulle nevi del Pian del Tivano. Noi fondisti milanesi del Fior di Roccia avevamo acquistato da Colombo Sport in corso Buenos Aires il non plus ultra dell’abbigliamento tecnico appena arrivato in quell’autunno del 1971 dalla Svezia: calzoncini blu al polpaccio, giubbotto bianco di crèpe, calzettoni rossi, papalina gialla, scarpette in pelle di canguro che poi venne giustamente messa al bando. Ovviamente gli sci erano di legno, fragilissimi, i famosi Jarvinen. I bastoncini di canna c’era da giurare che si sarebbero subito spezzati in un’ammucchiata nei pressi di Vigo di Fassa, pochi chilometri dopo la partenza della Marcialonga. E così avvenne puntualmente.

Il maestro di sci Carletto Sala, invincibile solista nelle allora diffuse 24 ore sugli sci, ci accolse al Tivano con una risata. A giudizio del maestro, che indossava una semplice tuta blu da ginnastica, noi apprendisti fondisti assomigliavamo a gondolieri in tenuta “de casada”. Così conciati in modo tanto pittoresco, l’unica cosa che ci restava da fare era di andare a vogare in gondola, se mai ne fossimo stati capaci. Ma per noi, testardi, il fondo in quegli anni era tutto, era una passione che riempiva i nostri sogni di gloria, stufi com’eravamo di code agli ski-lift e approssimativi scodinzoli con i lunghissimi “kastle” ai piedi.

Indifferenti agli sfottò di Carletto, ci sentivamo atletici, un po’ vichinghi, decisi a sciare “come al nord”. Sicuramente eravamo diversi e alternativi rispetto a tutta la pletora di sciatori pistaioli. In tutta onestà, eravamo però consapevoli di una nostra grande lacuna. Per sciare davvero “come al nord” avremmo dovuto imparare o perfezionare il passo finlandese. Dopotutto eravamo lì per questo. Così Carletto si armò di pazienza e, prova e riprova, il finlandese venne fuori. Dapprima in modo approssimativo, sbilanciandoci di frequente, annaspando sugli incerti binari. Poi il finlandese divenne il nostro passo prediletto nelle maratone. E anche il modo migliore per ridurre la noia del passo alternato e per fare del fondo una questione di stile. Quello per noi era lo sci “vero” dopo avere ripudiato gli ski-lift e le interminabili code per afferrare l’agognato piattello.

Il passo finlandese sulla copertina di un manuale militare del 1936 (archivio Serafin/MountCity)

Io stesso mi spinsi a teorizzare il passo finlandese nel manuale “Corso di sci di fondo” (De Vecchi editore, 1992) che osai scrivere a quattro mani con Renata D’Antoni. “Quando il terreno rende difficile l’appoggio dei bastoncini”, precisammo in modo cattedratico Renata e io, “il braccio esegue alternativamente una spinta e una fase di riposo portando il bastoncino nella posizione iniziale senza effettuare la spinta. In questo modo gli arti superiori lavorano praticamente la metà di quelli inferiori, in quanto ogni quattro passi le braccia compiono solo due movimenti di spinta”.

Chiaro? Non tanto forse. Le semplificazioni non giovano al fondo “classico” che va studiato con impegno sul terreno in tutte le sue implicazioni. Solo a questo prezzo le sequenze dei movimenti talvolta arrivano a ricordare un aggraziato balletto e ci si domanda come sia possibile che non si legga alcuna traccia di fatica in chi li esegue, bensì un’impassibile beatitudine nello sguardo. Sia chiaro. Chi prende sottogamba il fondo e crede di potersi improvvisare fondista sbaglia di grosso. Tanto vale allora che si limiti a usare le racchette da neve, ammesso e non concesso che ne trovi ancora un paio in vendita nei negozi di articoli sportivi dove sono andate letteralmente a ruba.

Proviamo allora a leggere come il passo finlandese viene descritto con buoni dettagli nel fondamentale (ancora oggi) manuale “Sci di fondo” Longanesi & C, 1975. Questa volta a teorizzarlo sono due grandi firme dello sci, Fulvio Campiotti e Giulio De Florian, mentre il fuoriclasse Franco Nones, olimpionico a Grénoble nel 1968, cura la presentazione del libro ponendo sul volume il suo sigillo di re del fondo.

Premesso che il “finlandese” è soltanto uno dei tanti modi “di procedere lungo le piste tracciate a binari, su terreni pianeggianti e in salita”, gli autori informano che tale passo “è un tipo di movimento costituito da due passi alternati seguiti da due altri passi, durante i quali il fondista dovrebbe rialzare il busto (questa faccenda del busto, aimé, ci eravamo dimenticati di dirlo, Renata e io, nel nostro manuale, NdR)”.

E poi ancora Campiotti e De Florian avvertono che “i bastoncini vengono fatti oscillare davanti al corpo e vanno tenuti abbastanza alti da sfiorare la neve. Il movimento deve venire eseguito con scioltezza. Dopo questi ultimi due passi, si fanno di nuovo altri due passi alternati, cioè con spinta di gambe e di bastoncini. In tal modo in quattro passi le braccia fanno prima due movimenti di spinta insieme alla spinta delle gambe, come nel passo alternato, e successivamente le braccia riposano, mentre i bastoncini oscillano in avanti, pronti a eseguire un nuovo lavoro di spinta”.

Un po’ più chiaro adesso?

Però qualche altro dettaglio sul “finlandese” lo si può apprendere e mettere in pratica leggendo un altro fondamentale manuale, “Alla scoperta dello sci di fondo” di Claude Terraz (Bietti, 1973). “Il raddrizzamento del busto”, scrive Terraz, “decongestiona la schiena e la regione lombare che per lo sciatore è sovente un punto sensibile. Permette pure di respirare meglio mentre si riposano le braccia”.

Soddisfatti? Ah si. “Nel momento in cui piantate di nuovo i bastoncini”, suggerisce Terraz, “occorre portare il busto ancora più avanti: riuscirete a conficcare i bastoncini più lontano rispetto a una piantata normale con leggero dondolio del busto in avanti nel terzo tempo del movimento”.

Va aggiunto che una sciolinatura ottimale, “di tenuta”, è indispensabile per ottenere i migliori risultati, evitando che nella fase in cui i bastoncini non spingono gli sci possano scappare indietro se non si rispetta la centralità sullo sci. E qui si tratta di sciolinatura fatta con coscienza e competenza, non di solette squamate e altri simili espedienti che riducono parecchio il piacere di sciare “come al nord”. Dunque, per sintetizzare, si usino cere in stick con nevi polverose, tubetti di klister da spalmare a caldo o a freddo quando le nevi si presentano trasformate se il termometro supera a lungo lo zero.

Vero è che, con il passare degli anni, il miglioramento della battitura delle piste e la conseguente evoluzione della tecnica, hanno tolto importanza e prestigio al passo finlandese. Peccato. Attualmente nella moderna didattica il “finlandese” non figura tra i passi principali. Si esegue principalmente per acquisire e migliorare, nella tecnica classica, la coordinazione tra gli arti inferiori e superiori. Un consiglio? Se ne può fare a meno se si intende presentarsi con i primi al traguardo: in tal caso ciò che conta non è l’eleganza del gesto, ma spingere, spingere, spingere di braccia e a sci rigorosamente uniti fino al totale sfinimento.

Ma andatevelo a vedere il finlandese nel filmato proposto in Youtube e poi dite se non vale la pena di impararlo a puntino per goderne. E anche per stupire gli amici ignari di tecnica sciistica, refrattari a ogni tipo di insegnamento perché convinti che per fare fondo non è il caso di perdere tempo nella didattica a tavolino. Senza rendersi conto che in questo caso la grammatica vale almeno quanto la pratica. (Ser)

La fase finale del passo finlandese con il braccio destro che riprende a spingere come impone il passo alternato. L’illustrazione è tratta dal volume “Alla scoperta dello sci di fondo” di Claude Terraz (Bietti, 1973). In apertura uno screenshot ottenuto da un filmato di YouTube: l’esecuzione del passo finlandese in questo caso può dirsi da manuale.

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