Il virus spinge i prodotti di montagna

Il dilagare del Covid-19, chi l’avrebbe mai detto?, ha spinto la domanda di prodotti genuini, “naturali” e sostenibili, aprendo nuove opportunità commerciali per i prodotti di montagna. In questi giorni rispunta il marchio di garanzia “Prodotto di montagna” che si credeva dimenticato. E si parla di “nuovo corso” dei prodotti di montagna. A guidarlo secondo il quotidiano economico Il Sole-24 Ore, sono i formaggi definiti in una pubblicità “le forme più alte d’amore”. In particolare lo sono quelli Dop, sempre più amati dai consumatori urbani. Una buona notizia, certamente. Anche se, purtroppo, il Covid sta provocando danni gravissimi all’economia alpina. E se a soffrire sono in particolare artigiani ed esercenti, già colpiti dalla crisi economica e ora da quella del turismo.

Resta il fatto che nei primi nove mesi del 2020 le vendite di Montasio Dop sono aumentate del 7,8% e con l’estate sono ripartite anche quelle di Casera Dop e Bitto Dop, espressioni di una filiera da 15 milioni di euro. Bilancio positivo anche per il Puzzone di Moena Dop, che nella versione di malga ha raddoppiato la produzione, e per l’Asiago Dop di montagna, con forme aumentate del 12% durante l’estate 2020. Sulla spinta di questi successi, la Regione Piemonte annuncia di essere la prima in Italia per l’utilizzo dell’indicazione “Prodotto di montagna”. 

“Prodotto di montagna”, si legge, “è l’indicazione facoltativa di qualità istituita dall’Unione europea attraverso il Regolamento Ue n. 1151/2012 sui regimi di qualità dei prodotti agricoli e alimentari. Il Ministero per le Politiche Agricole e forestali (Mipaaf) acquistò la normativa comunitaria a livello nazionale e, nel 2018, istituì il logo identificativo. In questo modo gli operatori del settore agroalimentare che producono e trasformano in territorio montano hanno la possibilità di utilizzare tale logo sui prodotti di origine animale, su quelli di origine vegetale e su quelli dell’apicoltura”. 

“Il nostro obiettivo”, spiegò in quel 2018 che oggi sembra così lontano il ministro delle politiche agricole alimentari e forestali Maurizio Martina (PD), “è valorizzare meglio il lavoro dei produttori delle zone montane. Parliamo del 17% del totale delle imprese agricole italiane e di un terzo degli allevamenti”. 

A spingere per una valorizzazione dell’economia agricola di montagna era anche stata, sia pure in modo piuttosto evanescente, l’Expo che tenne a battesimo una certa e ormai dimenticata Carta di Milano. Nel documento era specificato che l’attività agricola “è fondamentale non solo per la produzione di beni alimentari ma anche per il suo contributo a disegnare il paesaggio, proteggere l’ambiente e il territorio e conservare la biodiversità”. Inoltre vi si invitava a “valorizzare i piccoli produttori locali come protagonisti di una forma avanzata d sviluppo e promuovere le relazioni dirette tra produttori, consumatori e territori d’origine”.

Nel 2020 le vendite di Montasio Dop sono aumentate del 7,8%

Risulta che produttori e consorzi di tutela oggi stiano puntando sempre più sulla produzione di montagna in un’ottica di segmentazione dell’offerta casearia, di enfatizzazione del legame con il territorio e di presidio a difesa della biodiversità. Anche l’Associazione dei proprietari d’alpeggio (Arpav) ha creato un marchio per distinguere i propri prodotti. Si chiama “Estrema d’Alpeggio Fontina Dop” ed è riservato al formaggio prodotto sopra i 2mila metri di quota con il latte crudo di animali alimentati solo con erba di pascolo. 

Altri consorzi hanno deciso di mettere mano ai disciplinari produttivi per legare maggiormente il formaggio al territorio e andare incontro alle esigenze di malghe o latterie di piccole dimensioni, com’è accaduto al Piave Dop, per cui è stato consentito anche il latte delle vacche della razza tipica grigio-alpina. 

Intanto un’indagine, pubblicata sul sito della Regione Piemonte, conferma quanto sia importante per le aziende montane avvalersi del logo nella commercializzazione dei propri prodotti e mostra quanto sia apprezzata dal consumatore la possibilità di disporre di un segno di qualità capace di comunicare in modo semplice e chiaro le peculiarità di un prodotto agroalimentare. (Ser)

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