Il prestigioso laboratorio delle “Alpi Venete”

Nella costellazione delle riviste di montagna non ancora travolte dallo tsunami dell’informazione digitale, “Le Alpi Venete”, semestrale diretto da Angelo Soravia (www.lealpivenete.it), può tranquillamente definirsi uno migliori periodici di alpinismo e vita alpina in Italia se non il migliore in assoluto. Data per la prima volta alle stampe nel 1947, la pubblicazione oggi tira 20 mila copie in carta patinata. Un lusso che si possono evidentemente concedere gli iscritti alle sezioni venete, friulane e giuliane del Club Alpino Italiano che vantano questo periodico quale organo ufficiale. Con l’assistenza, come si legge nel colofon, della Fondazione Antonio Berti. 

La copertina del fascicolo autunno-inverno 2020-2021. In apertura Manrico Dell’Agnola (a destra) e Alcide Prati. Nato ad Agordo (Belluno), Dell’Agnola ha all’attivo circa un migliaio di salite, fra cui 30 vie nuove e numerose prime italiane. 

Cronache e saggi di inarrivabile cultura non solo alpinistica sono frutto di una selezione rigorosa, passati al setaccio di una redazione di volontari appassionati. E tutti animati da uno stupendo spirito di servizio. E’ giusto riportare i nomi degli appartenenti a questa grande e operosa famiglia, a questo prestigioso laboratorio: vicedirettore Gigi Pescolderung, caporedattore Mirco Gasparetto, in redazione Bruno Berti, Giuliano Bressan, Francesco Carrer, Francesco Lamo, Melania Lunazzi, Franco Soave, Diego Stivella, Maurizio Trevisan, tesoriera e segretaria redazionale Fiorella Bellio, revisori dei conti Giovanni Polloniato e Ivano Coletto, progetto grafico di Tapiro e Bruno Crosera, gestione arretrati Roberto Zanrosso.

Il fascicolo autunno-inverno 2020-2021, sulla cui copertina si stagliano le creste sommitali del Pelf, reca ancora l’impronta di due notevoli artefici della pubblicazione purtroppo venuti a mancare proprio mentre “Le Alpi Venete” stavano andando in macchina. Impossibile sarebbe per chi come lettore segue da anni questa pubblicazione non avvertirne ancora di pagina in pagina la discreta, amabile presenza. Armando Scandellari, medaglia d’oro del Cai, già caporedattore, ha concluso la sua esistenza a 94 anni lasciandoci una notevole quantità di pubblicazioni tra le quali due volumi dedicati a 250 anni di storia e di cronache dell’alpinismo.

Per uno scherzo del destino, quasi in contemporanea con Armando, ci ha lasciati anche un’altra colonna di LAV, l’amabile Silvana Rovis, segretaria redazionale e redattrice, la cui specialità era dialogare con gli alpinisti, sempre con competenza, facendo emergere nelle sue appassionanti interviste le personalità che lei sapeva avvicinare con discrezione, quasi in punta di piedi. 

Ed è proprio Silvana che accoglie in questo numero i lettori in una grande foto strategicamente posizionata accanto al sommario, corredata da un ricordo che la redazione è riuscita a dedicarle nel momento delicato della chiusura in tipografia. All’omaggio che le viene rivolto dai colleghi si aggiunge quello struggente di Bepi De Marzi, celebre autore del “Signore delle cime”.

“Silvana nostra, chi andrà, ora”, sussurra Bepi, “a incontrare gli ultimi scalatori dagli occhi romantici? E chi ce li racconterà con la poesia del tuo sapiente e paziente sorriso? Dove sarai Silvana? Prendimi per mano Silvana dolce, bella e forte”. 

Insomma, nelle 226 pagine, come sempre ricche di saggi e d’incontri, si nota ancora il magistrale zampino di Silvana e Armando. Nel sommario spiccano non poche gemme, frutto d’un magistero giornalistico d’altri tempi, perfetto nella semplicità dell’impostazione: una semplicità che è pur sempre un valore, una conquista. Lo scenario resta quello incantevole dei Monti Pallidi che si apre in modo appropriato con il centenario di una via di scalata considerata un capolavoro, una delle più belle delle Dolomiti: quello “Spigolo del velo” che sale alla Cima della Madonna nel Gruppo delle Pale. Una scalata transgenerazionale, come viene definita da Bepi Pellegrinon. E Pellegrinon, che è un tipo preciso, ha contato almeno seimila ripetizioni. 

La pagina dedicata all’indimenticabile Silvana Rovis che fu una delle colonne della pubblicazione.

A rubare la scena in questo fascicolo di LAV è anche il Cimon della Pala che di anni ne ha invece compiuti 150 dal momento che nella tarda primavera del 1870 fu l’inglese Edward Robson Whitwell con le guide alpine Santo Siorpaes e Christian Lauener a mettere per la prima volta i piedi sulla guglia più imponente delle Pale allora conosciuta come “il Cervino delle Dolomiti”.

Fonte di scoperte è il resoconto sulle vacanze dolomitiche del celebre Giuseppe Mazzotti negli anni venti, non ancora angelo custode delle meravigliose ville venete. Fra i quattordici articoli e saggi, se si è contato bene, spicca un incontro con Manrico Dell’Agnola, geniale scalatore che ha fatto della Civetta, soprattutto delle Torri Trieste e Venezia, una sorta di seconda casa.

Nato ad Agordo nel 1959, accademico del Cai da un quarto di secolo, fotografo e cineasta raffinato, Dell’Agnola vanta una cinquantina di vie nuove e circa 1500 ripetizioni, diverse delle quali compiute a tempo di record con l’abituale compagno di scalate Alcide Prati. Particolare curioso. In molti casi Dell’Agnola pratica una specie di “free solo”, lo stile che ha reso celebre in questi anni l’americano Alex Honnold. Slegato sì ma in compagnia, tiene a precisare. “Perché noi facevamo free solo a modo nostro. Mettevamo la corda sulla schiena e si saliva”. Un fascicolo, questo che si è tentato di sintetizzare, come sempre da non perdere. Avanti così e buon lavoro, cari amici delle “Alpi Venete”. (Ser)

One thought on “Il prestigioso laboratorio delle “Alpi Venete”

  • 13/03/2021 at 19:42
    Permalink

    Grazie Ser che fai affiorare ricordi piacevoli come gli incontri con Silvana Rovis, persona umanamente ricca e di grande simpatia. Mancherà a tanti, non solo alla redazione di Le Alpi Venete.

    Reply

Commenta la notizia.