Letture. “Lo Zaino” per una pedagogia della montagna

Di pedagogia della montagna si occupa ancora una volta nel fascicolo numero 14 (primavera 2021) de “Lo Zaino”, periodico delle Scuole lombarde di alpinismo del Club Alpino Italiano, l’istruttore Beppe Guzzeloni, tra i primi in Italia a dedicare all’accompagnamento terapeutico in montagna ovvero alla Montagnaterapia. Guzzeloni interviene sull’argomento offrendo nuovi contributi, a cominciare da una rilettura di una poesia di Emily Bronte – all’inizio dell’articolo ne riporta alcuni versi – in cui ritiene di aver colto, come d’incanto, il significato, sempre cercato, del termine Montagnatearapia. Ovvero “come la montagna possa diventare un ambiente che accoglie persone in fuga dal proprio ‘qui e ora’ esistenziale: fuga dall’ansia, dai conflitti, dalla pesantezza della quotidianità, dai problemi personali e del mondo, dalla pandemia… dai propri sintomi patologici”. Per gentile concessione, MountCity pubblica il testo in concomitanza con l’uscita della rivista, in questi giorni in distribuzione in formato pdf e in versione cartacea. Buona lettura.

 Uno stretto sentiero solitario

che sbocciava su un’ampia prateria;  

una catena viola, distante, trasognata

di montagne che fasciano la valle;

un cielo così chiaro, e una terra tranquilla,

un’aria così dolce, soffice e silenziosa,

e, spingendo l’incanto alla profondità del sogno,

pecore in libertà pascolano dappertutto….

……….

Un’ora sola passata in questi luoghi

avrebbe consolato sette giorni di pena,

ma la verità bandisce la finzione;

sento le sbarre rifarmi prigioniera.

E stavo ancora con occhi rapiti                                            

assorta in una gioia così profonda e cara                                       

che la mia ora di tregua è scorsa via                                           

riconsegnandomi al consueto tormento.                               

(Emily Bronte – Poesie, Einaudi)                              

Nel numero 10 (Primavera 2020) dello Zaino mi sono presentato con un articolo il cui titolo è sicuramente ambizioso e di complessa elaborazione: “Per una pedagogia della montagna”. In questo numero della rivista tento di dare una continuità a quel pensiero con la speranza che nasca uno spazio di riflessione e di confronto. Forse ciò che scrivo non è tema da affrontare su una rivista di istruttori di alpinismo, ma vero è che un discorso pedagogico con i suoi risvolti educativi, fanno parte di quella funzione formativa che sono le Scuole di Alpinismo del CAI.

Da tempo sto facendo delle considerazioni sul concetto di Montagnaterapia, riflessione per me non semplice, che tenta di indagare sul senso di un termine che coniuga due parole complesse e ricche di significati: montagna e terapia. La montagna intesa come cultura in cui confluiscono vari ambiti della conoscenza, dalla storia alle scienze naturali, dall’economia alle scienze umane, dall’alpinismo alla letteratura, dalle politiche ambientali (salvaguardia, sostenibilità e tutela del paesaggio alpino) al cambiamento climatico e via dicendo. 

La montagna come interazione tra l’uomo e lo spazio montano, in cui l’attività umana lascia delle tracce, che diventano simboli, segni, testimonianze stratificate di storie e di eventi (A. Salsa) e il paesaggio alpino vissuto come elemento essenziale per il benessere individuale e collettivo e della sua salvaguardia che comporta diritti e responsabilità per ciascuna persona.

Così anche per la parola “terapia” intesa come intervento che rimanda al concetto di “guarigione” e di cura attraverso il prendersi carico, l’accoglienza, la vicinanza, la solidarietà e alla reciprocità dove l’intenzionalità è la linea guida che indica il percorso (metodo) e la direzione, senza la certezza del raggiungimento dello scopo. Terapia intesa come azione finalizzata a lenire stati dolorosi sia fisici che psicologici.

L’esperienza di andare in montagna è di volta in volta singolare e personale, varia e plurale. Ciascuno può frequentarla soltanto in prima persona, con le proprie forze, motivazioni e aspirazioni. Da soli o in compagnia, slegati o legati, su pareti o per sentieri, ma con un coinvolgimento profondo del singolo, necessario a vivere e sentirsi parte dell’ambiente alpino.

La frequentazione della montagna al ritmo dei propri passi, su percorsi noti o inesplorati, apre e attinge al suo significato più creativo; è il senso profondo e personale del mistero dell’alpinismo che rende la montagna transitabile in ogni sua dimensione. A differenza della fruizione, come ben scrive A. Gogna nel suo “Visione Verticale”, che è passivo atto consumistico e “ossequioso palcoscenico per le nostre evoluzioni”.

“La via della montagna nessuno può aprirla” (F. Tomatis), ma è essa che si apre al viaggiatore, all’alpinista, all’esploratore il cui cammino, normale o estremo, ma sempre originale perché alla ricerca di una qualche trasformazione di sé. 

Orizzonte e vetta, verticalità e cammino, partenza e ritorno, salita e discesa, fatica e ricompensa, stretta di mano ed emozioni che sgorgano dagli occhi rappresentano gli elementi di un possibile percorso personale trasformativo dove la montagna non si ritrae, non più ridotta a scenario, ma fautrice di quel possibile cambiamento.  

Il termine “montagnaterapia” esordì nel 1999 quando il periodico “Famiglia Cristiana” titolò: “Quando la montagna diventa un aiuto alla vita” riferendosi ad alcune esperienze di accompagnamento in montagna di persone con particolari fragilità. Fu così che il concetto di montagnaterapia acquistò rilevanza con il contributo di una rete di operatori e di servizi socio-sanitari e comunità terapeutiche e con il contributo di volontari CAI. 

La definizione fondativa (G. Scoppola e collaboratori,2007) cita così: “la montagnaterapia è un originale approccio metodologico a carattere terapeutico-riabilitativo e/o socioeducativo, finalizzato alla prevenzione secondaria, alla cura e alla riabilitazione degli individui portatori di differenti problematiche, patologie o disabilità; esso è progettato per svolgersi, attraverso il lavoro sulle dinamiche di gruppo, nell’ambiente culturale, naturale ed artificiale della montagna…”

Da tempo però, e come ricordavo, mi chiedo cosa significhi quel termine, che rapporto esiste tra montagna e terapia. Quale montagna? Vissuta come? E quale cura? E poi, montagna che cura o cura della montagna?

L’Autore in azione sulle rocce del Wadi Rum.

Quando ho letto la poesia di Emily Bronte – all’inizio ne riporto alcuni versi – ho pensato di aver colto, come d’incanto, il significato, sempre cercato e sempre sfuggito, di quella parola e cioè che la montagna può diventare un ambiente che accoglie persone in fuga dal proprio “qui e ora” esistenziale. Fuga dall’ansia, dai conflitti, dalla pesantezza della quotidianità, dai problemi personali e del mondo, dagli effetti disastrosi dell’attuale pandemia, dai propri sintomi patologici. Fuga con l’obiettivo di trovare una sorgente di vitalità e di speranza. La montagna come un buon vaso, un luogo che contenga il vuoto come spazio, come recipiente discreto che attende e assiste i percorsi di soggettivazione individuali: una montagna che attende e accoglie.

Allora, spinto da questa sorta di “intuizione”, mi sono messo al computer per cercare di fare un po’ di chiarezza nella mia testa ma, mentre mi accingo a scrivere, mi accorgo che l’argomento mi sfugge di mano e, al primo tentativo di impostare un discorso, mi spinge via come uno scarto.

E questo mi succede tutte le volte che penso alla locuzione “montagnaterapia” dopo uscite in montagna da solo o con altri, e mi soffermo a pensare a ciò che ho vissuto e ricevuto in quella giornata. Allora avverto di essere come colui che ha deciso di attaccare una via consapevole della propria preparazione ed esperienza, e di ritrovarsi, invece, su di una parete la cui logicità appare incomprensibile; su una parete come se fosse in un mondo che non conosce, che lo separa da se stesso, dalle sue credenze e convinzioni, dalla sua identità già costituita. 

Pensare e parlare di montagnaterapia, per me, è come essere uno straniero in un territorio inesplorato, dove l’esperienza alpina diventa una “traccia” da interpretare, da ricostruire, l’ascensione diventa autobiografica, percorso personale. 

Due parole unite in una relazione, in un legame di reciprocità e di scambio. Due termini che rispecchiano esperienze, modi di essere, significati diversi. O forse da quella voce far emergere con forza la possibilità di creare le condizioni di un ripensamento radicale del ruolo della montagna e, soprattutto, di come viene vissuta? Un rapporto esemplare fra l’Io e lo spazio, fra coscienza e paesaggio, fra soggetto e oggetto dell’azione, assoluta soggettività in cui la montagna non deve scomparire diventando semplice proiezione dell’Io che la percorre. La montagna non deve trasformarsi in palcoscenico, un pretesto per liquidare il selvaggio spazio alpino ad opera di un soggetto umano sempre più invadente e assoluto. Il contesto alpino come luogo terapeutico, setting elettivo, opportunità di inclusione sociale, non venga banalizzato né svuotato di valore ai fini del semplice, seppur importante, benessere individuale inteso come presa di distanza dal proprio sintomo.

Se è vero che abbiamo bisogno della montagna per restare umani, anche la montagna ha bisogno di noi per rimanere naturale. La difesa della Wilderness riguarda la consapevolezza di un valore irrinunciabile, che dopo decenni di consumo del suolo e di brutalità nei confronti del paesaggio alpino richiede un’azione culturale condivisa. Un mondo che è quello delle Alpi con la loro natura e cultura, con le loro comunità in sofferenza, è anche il mondo di tutti perché siamo parte dello stesso sistema ecologico.

Il paesaggio alpino, come ci ricorda A. Salsa, è spazio di vita (Convenzione europea del paesaggio-CEP, Firenze 2000) che rappresenta il processo di ritrovamento del valore psico-esistenziale nel rapporto tra uomo e natura. Spazio di vita che necessita cura, tutela, responsabilità e scelte coraggiose.

Oggi tutto pare essere terapia. La cura è categoria dai vari significati: è cura e restauro del corpo; è cura sociale, del disagio e delle fragilità; è cura religiosa, come “direzione delle anime”; è cura psicologica che “libera” da ansia e fobie. L’esercizio della cura spazia in ogni ambito, per obiettivi e strumenti. Il curare rimanda tra cura di sé, cura degli altri e cura del mondo e tra autonomia soggettiva e autonomia sociale (M. Ceruti, F. Bellusci). Ma perché tale categoria, nel nostro tempo, si è imposta per varietà e centralità? Credo che vi sia un bisogno di trasformare, riequilibrare e riorientare il problematico e confuso uomo d’oggi e della sua visione facendosi carico del “suo destino” dall’infanzia alla vecchiaia attraversando la sua fragilità.

Questa parola ricorre in relazione a molteplici condizioni e difficoltà, sia che riguardi la singola persona che la comunità, denota una complessità di fattori e di situazioni, di vulnerabilità e precarietà che possono coinvolgere la persona fin dalla nascita e lungo il cammino di crescita e realizzazione di sé, sino alle esperienze esistenziali vissute con sofferenza e dolore.

La cura è fondamento di civiltà, produce educazione, trasmissione e tradizione e permette la costruzione del sociale. Il prendersi cura significa farsi relazione tra persone. La cura è relazione che avvolge senza stringere, condivide senza costringere, scorre senza spingere, si ferma per ripartire guardando più in là. L’aver cura, invece, è il rapporto tra la persona e le cose (territorio, paesaggio); ma entrambe le dimensioni sono interdipendenti. L’avere cura dell’ambiente non è mai disgiunto dal prendersi cura degli altri: la cura intesa come discorso pedagogico.

La cura come processo, come cammino dinamico sorretto dall’equilibrio tra differenze che si integrano; tra cura di sé attraverso la frequentazione della montagna e aver cura della montagna come atto di consapevolezza e responsabilità. Cura come autenticità, come esistenza autentica.

Il lavoro di cura, l’essere al servizio, significa entrare in un processo che interroga il suo potere, tende a ridimensionarlo, mette in luce la complessa rete di significati all’interno della quale è inserita la sua pratica. Il lavoro di cura, come spesso viene inteso oggi, è inserito, risucchiato nella logica aziendale (azienda sanitaria locale) di domanda/offerta; stimolo/risposta; mancanza/riempimento. Un meccanismo funzionale al depotenziamento del concetto di cura con il rischio di entrare nella logica perversa attratta dalla tentazione onnipotente di ridurre l’altro a cosa e, da parte dell’altro di ridurre chi cura e la cura stessa a prestazione.

Contro l’ottimismo positivistico del biologismo egemone, dove la terapia è spesso riconducibile alla guarigione e alla risoluzione definitiva, il prendersi cura si fa attenzione, attesa, stupore, appartenenza ad un mondo comune. La cura come soglia, come vuoto di uno spazio comune da costruire. Per questo l’educazione è di per sé un fenomeno sociale, inestricabile dal contesto in cui accade. Così i due termini, montagna e terapia, all’interno del discorso pedagogico, acquistano maggior consapevolezza e incisività.

Nepal, valle del Kumbu. Le foto pubblicate sono di Beppe Guzzeloni.

Forse queste mie righe stonano in una rivista di istruttori di alpinismo, ma penso, invece, che la testimonianza di un istruttore di alpinismo, oltre che a insegnare una tecnica, debba trasmettere una passione, un desiderio, un’opportunità di un atto nuovo, un atto istituente un modo rinnovato di concepire la frequentazione della montagna.

Mi auguro che possa nascere un confronto, un dialogo, dove il dire sia atto di parola che implica una responsabilità reale, un coinvolgimento e un sentirsi parte in quanto comunità; significa pronunciare una parola che apra ad un futuro possibile. Specialmente oggi in una società come l’attuale che è una società “palliativa” e del “mi piace” dove dire significa esternare, connettersi sempre, condividere il più possibile e spesso, raccontare e raccontarsi così da sottoporsi volontariamente ad una sorveglianza totale e ad uno sguardo pornografico e compulsivo nei social network. E così si facilità lo sfaldarsi e la fine del racconto terapeutico che avviene in spazi dedicati in cui l’esperienza umana è intessuta nel senso di comunità.

La pedagogia della montagna, così come la sto delineando con sbandate e sbavature, è intesa come possibilità educativa e come tensione trasformativa il cui obiettivo è quello di cercare di non adattarsi ad una società che genera malessere individuale e sociale, ma di farle assaporare un sentimento comunitario e quella passione civile per cui la cura di sé e la cura dell’ambiente (la montagna) diventino dialogo e sintesi di cambiamento. E siccome per essere al mondo bisogna dal mondo farsi contaminare, la nostra vulnerabilità è la nostra condizione e la ferita è la nostra apertura comunicativa per chiedere la restituzione di una soggettività precedentemente negata. 

E’ evidente, infatti, che un processo di inclusione sociale, scopo della pedagogia della montagna, debba avere come punto di partenza la soddisfazione dei desideri e dei bisogni primari (benessere e salute), ma soprattutto la ricostruzione dei diritti politici, civili e sociali del cittadino, al di là della sua eventuale patologia. E avere cura della montagna diventi azione intenzionale anche per la cura di sé e degli altri e ne prepari e accompagni l’avvento come esordio ad un nuovo modo di vivere la montagna affinché  si configuri come punto di ritrovamento e non uno sbarramento. 

E ciò che viene definita montagnaterapia non cada nel tranello di confondere la cura con la guarigione, ma possa essere, invece, uno strumento e una opportunità per avere una maggiore conoscenza di sé, dei propri limiti e delle proprie potenzialità grazie alla frequentazione della montagna che deve essere difesa, tutelata e non sfruttata attraverso azioni, interventi, scelte e prese di posizione.

Beppe Guzzeloni

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