Letture. Passo dopo passo sulle rotte dei clandestini

“Una persona migrante impersonifica il nostro timore di finire più precari, poveri, fragili”. Lo spiega in questa intervista a MountCity Alberto Di Monte, autore di “Sentieri migranti” (Mursia, 194 pagine, 15 euro). Il libro è il quarto di una tetralogia dello stesso autore che comprende “Sentieri proletari” (2015), “Sport e proletariato” (2016) e “La Via del Sale” (2018). Tutti pubblicati da Mursia. Geografo e appassionato escursionista, Di Monte ha avuto modo di approfondire temi di drammatica attualità percorrendo più volte gli itinerari dei migranti lungo quelle “tracce che calpestano il confine” come vengono definite nella copertina del nuovo volume. “Volevo suggerire (nulla di più, nulla di meno) un’analogia”, spiega Di Monte, conosciuto col nome d’arte di Abo,“tra le peripezie cui sono sottoposte oggi le persone irregolarizzate e lo sfruttamento cui le fasce popolari di ‘nativi’ sono state oggetto nel Novecento, sportivo e sociale. Il sottotitolo nasce dalla parafrasi di un’iniziativa promossa dall’Associazione Proletaria Escursionisti – sezione di Milano – e dal Collettivo Alpino Zapatista di Genova nel febbraio 2018, proprio sul sentiero ‘migrante’ che da Ventimiglia conduce in direzione di Mentone”.


Emerge dal suo libro, gentile Abo, il tentativo di umanizzare i confini battuti dai migranti da parte di attivisti, associazioni e singole persone a rischio di conseguenze penali…

“La linea che separa la solidarietà umana e il reato di favoreggiamento dell’immigrazione clandestina è più sottile e indecifrabile della linea di confine. A farne le spese sono le grandi organizzazioni umanitarie sottoposte a continue pressioni funzionali per spezzare la catena della solidarietà. Poco importa che, specialmente in quota, l’intervento di supporto sia sempre accompagnato da un’opera di dissuasione, a fronte dei pericoli oggettivi dell’ipotermia, del buio, dell’assenza di orientamento ed abbigliamento adeguato. Sfuggire a quel tipo di sospetto richiede non tanto e non solo astuzia, ma anzitutto un limpido rigetto di qualunque accostamento mediatico e giudiziario tra mercanti d’uomini e intervento solidale. Mentre l’accortezza dei controlli di polizia dipende dall’interesse a lasciar correre verso l’estero, o impedire rigidamente l’ingresso a casa ‘nostra’, l’intervento disinteressato è un atto di generosità che non dovrebbe in nessun caso essere accostato all’interesse mafioso della criminalità organizzata”.

Come nasce la sua particolare visione sociale della sentieristica, quale risulta dai suoi libri?

“Apro una nuova scheda e apprendo da Wikipedia: il sentiero ‘è una via stretta, generalmente di larghezza non superiore a 2,50 metri, a fondo naturale e tracciato dal frequente passaggio di uomini e animali, tra terreni, boschi o rocce, in pianura, in collina o in montagna’. Poi la pagina entra nel merito di classificazioni e segnaletica, ma non vi è cenno al significato del sentiero. Questo perché nel tempo storico il senso di questo manufatto è sempre stato mutevole: via commerciale, itinerario di caccia, traccia di fuga e rimpatrio. Per molte e molti di noi l’orizzonte esplorativo non si colloca nello spazio del sempre più raro ignoto, quanto nella rinuncia ai riferimenti univoci e rassicuranti del sentiero riconoscibile dai suoi tratti caratteristici. In alcuni casi il sentiero di cui parliamo non sarà tracciato né visibile a quanti vi capiteranno successivamente”.

Alberto Di Monte



Spiega nel libro che non c’è pattuglia o radar, prigionia, accordo unilaterale o recinzione che possa arginare il flusso dei migranti. Che cosa glielo fa pensare?

“Viviamo in un’epoca di forte accelerazione tecnologica dei dispositivi di cattura, ma in quale tempo si è pensato non fosse così? Io non ho una risposta precisa, mi affido puramente e semplicemente alla naturalezza del fatto migratorio e alla grandezza dei numeri in gioco. Cosa c’è oltre a questo? Non esistono paesi nati sfortunati. Le rotte che convergono verso l’Europa continentale raccontano l’eredità avvelenata di due secoli di colonialismo, in questo caso un fatto tutt’altro che naturale, che dovrebbe far riflettere sulle responsabilità delle azioni passate e presenti dei democratici governi occidentali”.

Notizie di cronaca sulle emergenze di persone sfollate da paesi in guerra verso paesi in grado di fornire loro un rifugio, Italia compresa, hanno portato i territori alpini alla ribalta anche come possibili aree in cui ospitare questi richiedenti asilo. Occorre essere ottimisti?

“L’ambiente alpino e per estensione le aree interne del paese vivono di fragilità strutturali che non sono colmabili con un’iniezione di giovani migranti in cerca di protezione. Non voglio nemmeno tentare una risposta di carattere generale, ma alla base dell’accoglienza dovrebbe esistere la libera scelta del luogo da abitare, a fronte di politiche pubbliche che implementino il processo migratorio dentro una strategia complessiva irriducibile a folklorizzazione, monocultura turistica e cartoline dei bei tempi andati”.

A giudicare dalla bibliografia in coda al suo libro, l’editoria italiana si è più volte occupata dei fenomeni migratori. C’è fra i tanti un libro che le sta particolarmente a cuore?

“Non ho conosciuto personalmente Enzo Barnabà ma gli sono molto grato per la sua capacità, trasversale a testi, video e interviste, di raccontare l’intreccio di vie che nascono a Grimaldi Superiore nella loro estensione temporale, piuttosto che in quella lineare”.

Dopo Schengen e l’apertura delle frontiere spartiacque, le Alpi avrebbero dovuto proporsi come una cintura viva e permeabile, vocata a sconfiggere i vetusti limiti nazionali. Come mai invece la frontiera sopravvive, e talvolta si rafforza?

“Questo è un discorso enorme. In due battute? Rigurgiti nazional-populisti, brevità e fragilità dei mandati politici, asfissia del vento di Tampere e tossicità di un certo discorso pubblico sulla persona migrante, che impersonifica con chiarezza il nostro timore di finire più precari, poveri, fragili. Gli stati europei sanno di dover far fronte comune per non sparire dai consessi che pesano, ma non si fidano di sé stessi, quindi non si fidano di quanti si ostinano a definire ‘gli altri’”.

Da nord a sud e da sud a nord, le Alpi sono sempre state attraversate da eserciti, migranti, commercianti, esuli, artisti. Come è cambiato lo scenario in questo millennio?

“Le Alpi sono sempre state attraversate dagli umani, almeno da quel che dal 19 settembre 1991 ci ha spiegato ben bene il Ghiacciaio del Similaun. Oggi però questo territorio fragile e straordinario fatica a trovare un protagonismo capace di rompere i regionalismi e il suo carattere di luogo cartolina, ma fondamentalmente ostaggio dei decisori che sono, come sono sempre stati, soggetti fortemente urbani. In città si pianifica lo sviluppo, le infrastrutture, il modello di sfruttamento turistico, il marketing territoriale, e le stesse cartoline da sogno cui picchi e selle fanno da romantico sfondo. Tutto male quindi? Assolutamente no. Nulla nel libro ha tratti pietistici, o se così è mi devo essere sbagliato perché non era quella l’intenzione. Le Alpi sono anche un crogiuolo di esperienze di rinascita, resistenza, partecipazione, sperimentazione di altre forme dell’abitare e dell’essere comunità”.

A chi è rivolto in particolare il suo libro?

“Il testo non propone al lettore un set valoriale condiviso (o almeno così devo aver scritto all’interno) ma scommette sull’importanza di toccare con mano e con piede i luoghi, e di farlo rinunciando allo sguardo e alla postura dell’escursionista (non alle attenzioni che l’ambiente montano sempre richiede a chi vi si avventuri) o del turista. Più passi si muoveranno lungo questi itinerari, più sarà difficile identificarne la vocazione unica di rotte migratorie, più sarà disconosciuto il carattere naturale del confine”.

Una vecchia rete metallica segna il confine con la Svizzera (ph. A. Di Monte)

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