Letture. L’amaro destino di Leo, ragazzo prodigio

Tre processi, due civili e uno penale, non furono sufficienti ad accertare cause e responsabilità. La morte per un incidente sulle piste di Leonardo David, promessa dello sci negli anni settanta, rimane una pagina purtroppo incancellabile nella storia dello sci azzurro e un episodio che sconvolse la comunità di Gressoney dove Leo nacque e divenne un campione ereditando dal padre David la passione che se lo sarebbe portato via così presto. A rimettere ordine nella sua breve vita e a indagare sulla tragedia che riempì le cronache di quegli anni di piombo è Riccardo Crovetti nel libro “Leonardo David. La leggenda del ragazzino campione” (Mursia, 198 pagine, 16 euro). Con scrupolo Crovetti ha consultato documenti e ascoltato un’infinità di testimonianze, a cominciare da quelle del padre David (recentemente scomparso) che fu un campione di sci e della madre Mariuccia che tanto trepidò per quel suo sfortunato figlio campione ancora prima che la sciagura si abbattesse su questa benestante famiglia di montanari.

Leonardo sorridente in copertina al suo ingresso nella squadra nazionale C nell’estate del 1975 (Collezione Hermann Anger). Sullo sfondo è sul podio più alto dello slalom di Coppa del Mondo nel 1979 a Oslo (Collezione dell’Autore). In apertura la premiazione del gigante dei Campionati italiani a Saint Jean, tra Walter Erlacher e Max Comune (Collezione Famiglia David). Tutte le immagini pubblicate sono tratte dal libro “Leonardo David. La leggenda del ragazzino campione” di Riccardo Crovetti, Mursia editore.

Appena diciottenne, Leonardo riuscì a battere il grande svedese Stenmark lasciando intuire che il nuovo Thoeni non poteva essere che lui. Non ebbe il tempo di confermarlo, visto che il destino lo aspettò al varco sulla pista Olympia alle Tofane. Fu un brutta caduta la sua, in gara a 80 chilometri all’ora. Rimbalzò più volte sul terreno ghiacciato battendo la testa tanto da perdere il casco. Leo tuttavia si rialzò e scese a valle con gli sci come se niente fosse successo. Al traguardo si complimentò con il vincitore. 

Tutto a posto? I medici del Codivilla gli concessero il nullaosta a gareggiare nello slalom che si sarebbe svolto due giorni dopo al col Drusciè. Ma Leonardo capì che qualcosa non andava. Toccò al primario di Neurologia dell’ospedale di Lecco sottoporlo a radiografie ed encefalogrammi. Gli esiti furono negativi. Il primario si limitò a prescrivergli una terapia antinevralgica e neurotrofica. Ancora una volta le condizioni sembrarono ottimali… quasi ottimali. E la federazione lo dichiarò idoneo a una già prevista trasferta americana, destinazione Lake Placid. 

Prima di partire, Leo sembrava solo covare un po’ di influenza, che male c’era? L’amico Piero Gros, vedette della “valanga azzurra”, lo ricorda di buon umore. Pura finzione? Leonardo era presumibilmente preoccupato per la sua salute, ma quanti lo avranno capito? Per carattere, era anche il primo a non drammatizzare se qualcosa andava storto e per questo motivo nessuno si preoccupò più di tanto. 

Leonardo in gara a Lake Placid dove si concluse tragicamente la sua carriera (Collezione Rivista “Sciare)

Possibile, viene da chiedersi, che nessuno, né i medici, né i tecnici, né gli amici, né la famiglia abbia provato la sensazione che qualcosa non andava in quel ragazzo dal fisico di atleta? O forse è stata proprio la sua prestanza fisica a tradirlo e a tradire chi gli stava vicino? I timori, se mai qualcuno ne covasse, ebbero conferma su una pista degli Stati Uniti. Una doccia fredda, forse non del tutto inattesa. “Quando affrontò lo schuss finale”, è la ricostruzione di Crovetti, “lo sci sinistro gli si allargò troppo e nel tentativo di recuperare la posizione la gamba destra gli cedette all’improvviso. Leo cadde rimbalzando con la spalla destra più volte sul terreno battendo la testa di striscio. Nell’impatto perse una racchetta”. 

Leonardo cadde tradito da una lastra di ghiaccio o perché di colpo gli erano venute meno le forze come non gli era mai successo in gara? Sceso sciando fino al traguardo, Leonardo si accasciò. Fu un attimo. Ancora con gli sci ai piedi, si schiantò davanti a uno sgomento Piero Gros. Passarono diversi minuti, forse troppi. Poi arrivò un medico dell’organizzazione cercando di rianimarlo mentre quello ufficiale della squadra azzurra era impegnato più in alto sulle piste. Con l’elicottero lo portarono nel Vermont a una quarantina di minuti di volo. L’intervento durò un paio d’ore e la notizia si diffuse in tutto il mondo

Dopo due mesi e mezzo di cure e di polemiche lo stato di coma vigile purtroppo persisteva. A Davide e Mariuccia non rimase che riportare a casa il loro campione. Tutto sembrò precipitare: la riabilitazione neurologica senza risultati, la rottura con la federazione, l’eclissarsi degli sponsor, il disagio economico della famiglia costretta a rinunciare ai sostegni su cui contava. Il calvario di Davide si concluse alle 22 del 26 febbraio 1985, sei anni dopo quel 3 marzo 1979.

Ciascuno può cercare di farsi un’idea, dalle pagine del libro di Crovetti, se colpe vi furono, se il campione sia stato mandato allo sbaraglio per errore o per superficialità. Ma la sentenza dei posteri rimane ardua e il libro ha il pregio di indurci a riflettere con rispetto e discrezione su una tragedia che per certi versi ricorda quella di Schumacher, il grande pilota che mai più si riebbe dopo un incidente sugli sci. Leonardo fu un ragazzo espansivo, esuberante, a volte indisciplinato: così lo ricorda il gressonaro Luigino Filippa, maestro di sci che alle medie fu suo insegnante di matematica e pronosticò per lui un grande avvenire. Ma il pronostico di Filippa valeva solo per lo sci di fondo, il modo di sciare che questo maestro di Gressoney ritiene più naturale, quello che da sempre più gli sta a cuore e che tanto contribuì a divulgare tra i giovani della sua valle. Leonardo dimostrò di poter eccellere anche in questa disciplina. Ma ormai sulle piste di discesa si stava facendo onore ed era tardi per voltare pagina. (Ser)

Leonardo a due anni sulle nevi di casa. Nell’immagine di apertura viene festeggiato dopo avere battuto Stenmark. Nessun dubbio: l’erede di Thoeni non poteva essere che lui… (Collezione dell’Autore)

Commenta la notizia.