Grassi (1946-1991) racconta il “couloir fantasma”

Una serata per ricordare il grande alpinista piemontese Gian Carlo Grassi (1946-1991) morto esattamente 30 anni fa, il 1° aprile, è stata organizzata in live streaming su youtube e facebook con gli interventi di Enrico Camanni, Elio Bonfanti, Roberto Mantovani e di altri suoi amici e compagni di cordata. Da uno dei suoi libri conservati nell’archivio di MountCity è spuntato di recente un manoscritto di cui questo blog ha proposto qualche tempo fa, nel 2019, una lettura. Risale agli anni Novanta, poco prima del tragico incidente che è costato la vita a Grassi nel corso di un’arrampicata. Il foglio è tutto vergato in stampatello, neanche una sbavatura, non una correzione, pronto per essere dato alle stampe, probabilmente inedito. Titolo: “Proibito sbagliare”. Il trentennale della scomparsa dell’indimenticabile alpinista offre l’occasione per riproporlo con la speranza di fare cosa utile e di gradimento per gli appassionati. (Ser)

Proibito sbagliare

La mia prima esperienza sulle cascate ghiacciate non avvenne in un luogo di facile accesso, come per esempio sui fianchi di una valle, ma a 4000 metri sulle Grandes Jorasses, con Gianni Comino, durante la prima salita dell’Ypercouloir che riga l’immenso versante sud della montagna. La caratteristica di questo grandioso versante che si estende fino all’Aiguille de Rochefort definisce la conca del rifugio Boccalatte. Accanto alla glaciale via normale della Punta Walker, l’ambiente grandioso dell’alta montagna è inciso da una rete di canaloni, solchi profondi e ghiacciati, in una natura duramente rocciosa.

E’ naturale che su simili pareti che raggiungono gli 800 metri di dislivello, esistano delle vie di ghiaccio di grande bellezza, non sempre però. Le colate a volte “giganti” si formano sui versanti meridionali, nei canali profondi e incassati, nei quali scolano le acque di fusione provenienti dai pendii nevosi soprastanti, dalle creste innevate, e solo dopo complicati meccanismi di sgelo e rigelo, l’alta quota trasforma questi “couloir” in una successione continua di cascate ripide e difficili.

Un particolare del racconto autografo di Gian Carlo Grassi (arch. Serafin/MountCity)

Questo versante è oggi il reame dei “couloirs fantasma” e dopo la prima realizzazione nell’estate 1978 la strada percorsa ha come tappe la parete sud delle Grandes Jorasses del 1985, 1400 metri in piolet-traction valutabili ED mentre sono datate “Luglio 1986” la spettacolare “Visa per la Siberia” sull’Aiguille de Rochefort, 650 metri ED, e la goulotte “Durango” al Colle delle Grandes Jorasses, ancora ED. Oggi questa zona rappresenta per il gruppo del Monte Buanco l’ultima possibilità di aprire vie nuove “estreme” su ghiaccio a patto di sapere cogliere il momento adatto. Ai primi di giugno un altro couloir a sinistra dell’esile Doigt de Rochefort generava impressione e meraviglia nello stesso istante.

Così in tre persone con il naso all’insù da Planpincieux ammiravamo l’esemplare dirittura dell’itinerario che ne faceva la sua perfezione. Dopo le mille difficoltà di mettere insieme una cordata capace di risolvere in corsa con il disgelo una simile problema tecnico, mi ritrovavo ancora una volta con Francois Damilano e Sergio Rossi, i quali avevano rinunciato a impegni e interessi personali per essere della partita.

Partiti a mezzogiorno da Planpincieux, 1500 metri, siamo saliti ai 4000 metri della vetta in una scalata non-stop conclusa alle 4 di mattina del giorno successivo. Si conclude per me un altro grande sogno, carezzato per due anni, una salita stupenda, un couloir superlativo, stretto e racchiuso tanto da dare fastidio a chi soffre di claustrofobia, una sorta di gigantesca riga di ghiaccio solo apparente. Infatti le nostre Charlet-Moser venivano messe duramente alla prova su quella sottile cresta che come una cascata di bruna scendeva a ricoprire la roccia. Luna Nera, un nome simbolico, che conserva a fa rivivere gli stati emozionali di quella scalata compiuta nella notte oscura, in quell’atmosfera opaca privata del minimo riflesso, ironizzavamo sul concetto di avventura espresso nel convegno del Festival di Trento. Il nero mantello di una nera figura, forato appena dal fascio della pila frontale, si riappropriava di tutto l’alone severo dell’ignoto.

Mi rivedo quasi come una figura proiettata in retrospezione in quelle due lunghezze di corda verticali e strapiombanti, appeso al primo dente delle piccozze, un po’ come nei brutti sogni che si concludono con un brusco risveglio. Progressione di notevole livello tecnico su una fine crosta di ghiaccio impossibile da chiodare. Proibito sbagliare. Il compenso: una dispersione neuronica in più e l’elogio di Damilano non come mezzo gratificante ma come nascita di una nuova amicizia.

Gian Carlo Grassi

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