Le “mani nude” di Desmaison, ritorna un classico

Scritto dal grande alpinista francese René Desmaison (1930 – 2007) al culmine della sua carriera, “La montagna a mani nude” (Corbaccio, 298 pagine, 19,90 euro) dal 15 aprile di nuovo nelle librerie sembra nascere dall’urgenza di fermare su carta le emozioni, la gioia, ma anche la sofferenza di chi ha deciso di dedicare la propria vita alla montagna. In un gioco di specchi in cui si alternano diari, descrizioni in presa diretta, riflessioni, fotografie in bianco e nero, scorrono le pareti più belle, le prime invernali, le direttissime più impegnative delle Alpi e gli alpinisti più rinomati di una generazione eccezionale. 

A cinquant’anni dalla prima edizione, il libo si conferma come uno dei più intensi e autentici della letteratura di montagna.

Accanto a Desmaison ritroviamo nel libro Lionel Terray, Pierre Mazeaud, Jacques Batkin, Jean Couz, grandi alpinisti e grandi amici con cui l’autore dialoga cercando la ragione di quella comune passione così irrinunciabile, in grado di offrire “una vita aperta, immensa, ricca di momenti esaltanti, sfavillante di luce”.

A cinquant’anni dalla prima edizione, “La montagna a mani nude” si conferma uno dei libri più intensi e autentici della letteratura di montagna. Desmaison, guida alpina e precursore del grande alpinismo invernale, è stato l’autore di ben 114 prime nelle Alpi e nelle montagne di tutto il mondo. Nel corso delle sue quattordici spedizioni nella Cordigliera delle Ande ha aperto le vie più difficili dell’America Latina sopra i 5000 metri. Oltre a “La montagna a mani nude”, Corbaccio ha pubblicato “Le forze della montagna” e “342 ore sulle Grandes Jorasses”, cronaca di un salvataggio considerato una tappa straordinaria nella storia del soccorso alpino. 

“Grazie, mille volte grazie: siamo in molti a dovervi la vita”, scrisse Desmaison rivolgendosi agli uomini che lo hanno salvato quel 25 febbraio 1971 quando una magistrale “rotazione” dell’Alouette III comandato dal cap. Alain Frébault della prima Compagnia repubblicana di sicurezza (CRS) mise fine a 342 ore di tormenti sulla parete nord delle Grandes Jorasses. In un’altra circostanza, accanto a Garry Hemings, fu lui a strappare alla morte i tedeschi Heinz Ramish e Hermann Schridder incrodati sui Drus. 

“Un miracolo. Non so come definirlo altrimenti”, scrisse Desmaison ne “La montagna a mani nude”. Frébault aveva già compiuto numerosi salvataggi nelle Alpi del Delfinato con gli uomini della 47a CRS, a volte in condizioni incredibilmente difficili. Le Grandes Jorasses, invece, non le conosceva, non le aveva mai viste neanche da lontano. Verso le 9,50 passò sulla verticale del Monte Bianco, poi del Colle del Gigante. Il posto di polizia di frontiera di Punta Helbronner gli comunicò via radio la velocità del vento, immutata nelle prime ore del giorno, e la direzione delle Grandes Jorasses. Osservò la cresta della vetta che era troppo sottile perché ci si potesse posare, a causa del vento. Senza esitare, con la sua abilità e la sua esperienza di grande pilota, si tuffò sul colletto tra le due cime e posò l’apparecchio sulla neve. Erano le 10,05. 

“È in questo preciso momento che Frébault mi salvò la vita. Si soffermò pochi istanti, decollò e scese verso Chamonix”, raccontò il famoso alpinista. Il compagno Serge Gousseault a quel punto era  già morto di sfinimento e di freddo. In vetta, assieme a Claude Ancey che manovra l’argano, c’erano ad aspettarlo Alessio Ollier e Cosimo Zappelli, guide di Courmayeur. 

Un illustre terzetto di scalatori francesi: da sinistra René Desmaison, Patrick Berhault e Christophe Lafaille (ph. Serafin/MountCity). In apertura Desmaison sulla copertina di Paris Match dopo essere stato miracolosamente salvato nel 1971 sulle Grandes Jorasses.

Il salvataggio di Desmaison è stato vissuto con non pochi patemi anche dai soccorritori. “Saranno circa le ore 13,30 di giovedi 25 febbraio quando ansiosamente mi affaccio sulla sporgente cornice di ghiaccio che forma la vetta della punta Walker, sulle Grandes Jorasses a 4206 metri d’altezza”, riferì Zappelli nel libro “SOS in montagna”. “Incredulo e trabboccante di gioia, vedo due persone agganciate all’esile cavetto d’acciaio che, centimetro per centimetro, faticosamente viene recuperato verso la vetta”.

Soltanto pochi giorni prima, in un noto ristorante di Entréves, Zappelli aveva cercato Simone, la moglie di Desmaison, per conto di un amico che cominciava a essere in apprensione per la sorte dei due alpinisti: ormai da diversi giorni non avevano fatto più un solo metro dal bivacco in cui erano stati avvistati l’ultima volta. Simone non si era scomposta. “Sono certa che non è accaduto nulla di grave: René non ha bisogno di alcun soccorso! Merci, ritornerà a valle con i propri mezzi”. Si sbagliava, evidentemente, la signora Desmaison. (Ser)

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