Centenari. Rolly Marchi (1921-2013), indimenticabile sorriso

Tranquilli, niente di male, ma il mio cuore ha novant’anni”. Così diede notizia del suo penultimo compleanno Rolly Marchi (1921-2013). Passarono due anni e il suo grande cuore trentino si fermò per sempre. Considerata l’età avanzata, fu necessario farsene una ragione, ma risultò ugualmente una grave, dolorosa perdita per tanti amici della montagna. In questo 2021 ricorre il centenario della nascita dell’indimenticabile cow boy delle nevi, autore di appassionanti romanzi, giornalista scrupoloso, instancabile fucina di idee e progetti. MountCity lo racconta attingendo ai ricordi di chi si prende cura di questo sito (e che per sua fortuna godeva della sua amicizia) e di due scrittrici “montanare” che gli furono legate per motivi professionali, Lorenza Russo e Maria Roberta Schranz detta Beba. Entrambe collaborarono a lungo con Marchi nella confezione del bellissimo e di questi tempi irripetibile periodico “La Buona Neve”. Nelle cui pagine le montagne di Rolly sorridevano e mettevano di buon umore facendo venire una gran voglia di frequentarle seducendoci come lui sapeva fare. (Ser)

Rolly con Paula Wiesinger e Celina Seghi, storiche campionesse di sci, alla rassegna “Milano Montagna” organizzata alla fine dell’altro millennio.
Un grande comunicatore

Ne è scesa parecchia di neve dal cielo quest’inverno in montagna e per Rolly Marchi (1921-2013) sarebbe stata una gioia trovarsi ancora una volta a tu per tu con la “bianca visitatrice” che tanto amava. Di Rolly, indimenticabile cow boy delle nevi per via dell’immancabile cappello “statson” che gli era stato regalato da Walt Disney e della sua tempra indomabile, si celebra quest’anno il centenario dalla nascita. Alla neve ha dedicato centinaia di scritti e libri appassionanti. Dal 1991 alla sua scomparsa, il 14 ottobre 2013, diresse il semestrale La Buona Neve, di cui è anche stato fondatore. Una ventata di ottimismo che accarezzò il mondo dello sci non ancora messo in crisi dalle emergenze climatiche ed economiche.

Con la “buona neve”, Rolly aveva stabilito un rapporto durato tutta la vita. Era nato a Lavis (Trento) il 31 maggio 1921. Sarebbe bello che fossimo in molti, possibilmente amici della “buona neve”, a rendere omaggio a questo eclettico “decatleta della vita”, come Rolly amava autodefinirsi. Sullo schermo di un eventuale e auspicabile show che gli dovesse venire dedicato potrebbero scorrere spezzoni del Trofeo Topolino che Marchi ideò e organizzò a lungo con Mike Bongiorno, ma anche immagini del Museo dell’alpinismo italiano da lui ideato a Skardu, in Pakistan. E magari qualche aspetto del progetto su “spazi e memorie delle Alpi” realizzato a Milano alla fine dell’altro millennio con mostre, incontri. Un evento che dilagò nelle strade di Milano con una sfilata di vecchie glorie dell’alpinismo e dello sci. 

Sono ancora in molti a ricordarlo, il caro Rolly, in corso Garibaldi uno dei salotti di Milano dove stabilì il suo “campo base” dopo una vita alquanto errabonda. Qui poteva capitare d’incontrarlo, quando non era nella “sua” Cortina con la moglie Graziella, apprezzata pittrice dei Monti Pallidi. Sempre con il suo inseparabile statson, seduto al caffè a farsi due risate con il fortunato interlocutore di turno o a discutere su qualche nuovo progetto. Dalle sue conversazioni con l’editore alpinista Bepi Pellegrinon ebbe origine nel 2013 per “Nuovi Sentieri”, prima che Rolly “andasse avanti”, il libro biografico “Rolly Marchi, cuore trentino”. Da leggere per sapere tutto o quasi di lui ben più di quanto si riesca a fare in questo blog.

Con Rolly ogni tanto capitava d’incontrare Beba Schranz, ottima penna ed ex azzurra di sci, il cui talento di discesista è emerso proprio grazie al Trofeo Topolino. Beba, che vive a Macugnaga, fu una delle colonne portanti de “La buona neve”, una presenza assidua nella factory milanese di Rolly. Un’altra colonna, prima di lei, è stata Lorenza Russo, a sua volta raffinata scrittrice. Entrambe hanno accettato con entusiasmo di raccontare di Rolly qui di seguito in MountCity. 

Non si contavano le volte che, per strada, Rolly s’imbatteva in amici o figli di amici, e ogni volta gli piaceva scambiare due chiacchiere alla buona, dopo avere ricostruito il loro albero genealogico.

Sciatore, scalatore, fotografo, giornalista, scrittore, organizzatore di eventi sportivi e culturali, Rolando “Rolly” Marchi va ricordato come un grande comunicatore così in contrasto, per ragioni caratteriali, con la riservatezza tutta “noblesse oblige” di certi grandi alpinisti. 

Al Trento Film Festival riceve nel 2012 accanto a Reinhold Messner l’omaggio del pubblico.

E a proposito di grandi alpinisti, Walter Bonatti non gli perdonò il garbato, affettuoso tentativo compiuto nelle pagine del quotidiano “Il Giornale” di smorzare le polemiche sul K2 che da troppo tempo a suo avviso si trascinavano. Lo considerò un articolo offensivo e gli tolse il saluto. Invece Ignazio Piussi accettò di buon grado quanto scrisse Rolly Marchi l’indomani della sua scalata vincente, nel ’61, al Pilone Centrale del Bianco dove le cordate con Bonatti e Mazeaud furono in precedenza costrette a cedere per il maltempo e quattro alpinisti purtroppo ci lasciarono la vita. “Rolly Marchi è stato il primo giornalista importante che ha scritto di me”, ammise Piussi, “però scrisse: Piussi ha pugnalato Bonatti alle spalle. Non era proprio vero. Volevo il Pilone, questo sì, era lì da fare. E ai miei tempi, come a quelli di Cassin, chi arrivava faceva. Ma con Marchi nessun rancore”.

Papà Ciro, patriota e fervente amico di Cesare Battisti, gli mise gli sci ai piedi nel 1932. Rolly vantava un record ineguagliabile: raccontò come giornalista 21 Olimpiadi bianche e certo gli seccherà di lassù non poter assistere “in presenza” alle prossime Olimpiadi di Cortina e Milano in programma nel 2026.

La sua biografia a cura di Bepi Pellegrinon uscì nel 2013, anno della sua scomparsa.

Laureato in giurisprudenza, decorato al valor militare, fu il fondatore dello Sci club accademico italiano. Sua fu l’invenzione del “Kilometro Lanciato”. Altri particolari del suo curriculum li trovate nell’omaggio che gli rende in questo blog Beba Schranz. Atletico, di alta statura, gran conversatore, dotato come si sarà capito d’ironia (quante barzellette ci hai raccontato, vero Rolly?) e di una sorvegliata galanteria d’altre epoche, negli ultimi tempi Rolly camminava appoggiandosi fieramente al bastone. Le novantadue primavere si facevano sentire anche per colpa di un brutto incidente stradale, ma Rolly non volle ugualmente rinunciare nel 2013 al “suo” TrentoFilmfestival, nella città natale che tanto amava. Fu la sua ultima apparizione in pubblico. Chissà se quest’anno il festival gli dedicherà un ricordo recuperando degli archivi tutti gli articoli che Rolly scrisse come infaticabile cronista della rassegna.

Del 1927 fu la sua prima iscrizione alla Società operaia degli Alpinisti Tridentini (Sosat). Negli anni Novanta, quando partecipò a un “meeting” della Grignetta organizzato da Agostino Da Polenza ai Piani Resinelli, rimase incantato nel mettere piede per la prima volta nello storico rifugio Carlo Porta del Cai Milano. Si parlò con il Cai milanese di dedicargli, lui vivo, una sala del rifugio ma poi non se ne fece niente. Forse potrebbe essere questo centenario della sua nascita l’occasione per un’iniziativa che celebri la sua passione per la montagna che tanto ha amato e saputo farci amare.(Ser)

La scrittrice milanese Lorenza Russo collaborò a lungo con Rolly Marchi nella redazione de “La Buona Neve”.
Lorenza Russo: energico e generoso

L’ho conosciuto da bambina, poi come un fiume carsico è ricomparso inaspettatamente nella mia vita e mi ha insegnato un mestiere. Per molti numeri ho lavorato alla sua rivista La Buona Neve, infine Rolly mi ha assegnato la rubrica dei libri di montagna, facendomi conoscere titoli importanti su un mondo che già amavo e personaggi poetici come Vivian Lamarque. 

Quando arrivavo nella redazione-casa di corso Garibaldi, al mattino, Rolly mi aspettava a fianco al tavolo di lavoro, il pc già aperto, le carte e le foto sparse sul tavolo in un ordine per me improbabile, ed era altissimo, imponente, statuario. La stessa impressione che mi aveva fatto la prima volta quando avevo solo sei anni ed ero comprensibilmente di una statura ridotta. Ma anche cresciuta, Rolly mi è sempre parso altissimo, tipo Colosso di Rodi. 

Con un’energia inesauribile girava mezza Italia in una settimana, inaugurava rifugi alpini e prendeva contatti con autori, amici e inserzionisti pubblicitari per la sua Neve. Ho sempre invidiato tutta quella forza, che poi era anche generosità di non negarsi mai. Se qualcuno lo chiamava per una qualsiasi occasione, ricorrenza, Rolly ci voleva essere. Rare persone coltivano così le amicizie. 

Dopo un lungo periodo in cui lo vedevo di sfuggita a Cortina con il suo cappello da cow-boy e lo sapevo impegnatissimo a organizzare divertenti gimkane e garette sportive per tutti i bambini e ragazzi, avevo ricevuto una sua lettera. 

Era appena uscito il mio primo libro, tratto da una tesi di laurea sulla toponomastica ampezzana, Pallidi nomi di monti. Raccontando i sentieri di quella divina porzione di Dolomiti, spiegavo i nomi di cime, valli e boschi e indagavo la cultura ladina.

A Rolly quel lavoro era piaciuto molto e aveva voluto scrivermelo. Ancor più che il messaggio di elogi, mi aveva colpito il gesto, un grande (avevo amato “Le mani dure”) che scrive ad una ragazza per complimentarsi del suo lavoro. Quando, mesi dopo, presentai il libro a Milano alla Hoepli, chiesi a Rolly di sedere al mio fianco e ovviamente lui arrivò, grandissimo, con due occhi più azzurri del solito. In una pausa di quella presentazione mi chiese che lavoro stessi facendo. Avevo appena terminato una collaborazione, ero libera. “Ti aspetto domattina da me, in corso Garibaldi 34, voglio parlarti della mia rivista di sci”.

Con Rolly le cose più strane succedevano con una incredibile naturalezza. Mi dava la sensazione che si potesse fare tutto, o almeno provare. Con lui ho imparato molte cose – in redazione c’era da lavorare tantissimo –, ma, tra tutte, quella che conservo più cara è proprio questa, l’idea che non ci siano limiti a quello che possiamo desiderare. Grazie Rolly, chissà quante cose starai facendo. 

Lorenza Russo

Beba Schranz di Macugnaga, già azzurra di sci alpino rivelatasi con il Trofeo Topolino organizzato da Rolly Marchi, posa con il giornalista Paolo Marchi, figlio di Rolly, e, a destra, con Roberto De Martin, a suo tempo presidente del Club Alpino Italiano. Anche Beba, come Lorenza Russo, fu una colonna portante del periodico “La buona neve”. La foto è stata scattata nel 2014 in occasione di una serata dedicata a Rolly a un anno dalla scomparsa. ph. Serafin/MountCity
Beba Schranz: sapeva farsi amare

Per un compleanno di Rolly, attraverso DiscoveryAlps, gli avevo mandato un breve augurio che diceva così:

E’ difficile sintetizzare in poche righe una figura immensa come quella di Rolly Marchi, si potrebbe disegnare un grande uomo di neve, con un cappello da cow boy in testa, in una mano una penna o una macchina da scrivere e nell’altra un microfono, un piede calzato con uno sci e l’altro con uno scarpone da roccia e intorno alla vita una corda da montagna, a voler significare la sua grande capacità di coinvolgere in una cordata ideale tutti quelli (e sono tanti) che amano le rocce e la neve che le ricopre. Un uomo che ha percorso quasi tutto il secolo scorso coniugando sport, cultura e buon umore, facendosi amare da entrambi i mondi, ai quali ha donato la sua enorme carica e il suo coinvolgente slancio“. 

Rileggendolo non posso che confermare tutto quanto avevo scritto e, più passa il tempo e più apprezzo la fortuna che ho avuto a frequentarlo e quanto questa frequentazione mi è servita nella vita. Su tutto emerge il suo modo elegante di accettare le critiche e le cattiverie, facendo finta di non averle percepite. 
Nel 2002 quando a Macugnaga ha ricevuto l’Insegna di San Bernardo, un premio che viene dato a chi si è particolarmente speso per le genti di montagna, la motivazione è stata la seguente: “Raramente si può trovare un personaggio così versatile, è quindi sembrato legittimo sintetizzare in questo titolo decathleta della vita la sportività, la cultura, l’intraprendenza, la generosità, l’allegria di un uomo come lui”.

Si, perché Rolly è stato un atleta, praticando ciclismo, atletica leggera, sci e alpinismo. 

Poi ha saputo trasmettere ad altri la bellezza della montagna ideando manifestazioni come la 3Tre, il Trofeo Topolino, il Gran Premio Saette, il Kilometro Lanciato e Club dei 100 all’ora, tanto per citarne alcune. Per divulgare la cultura invece ha organizzato la Stagione dei Concerti 1945-46 a Trento, la mostra antologica delle opere pittoriche di Dino Buzzati 1984, i “100 anni di Montagna e Sci”, raduno e mostre a Milano 1999-2000. Sempre per citarne alcune! 

Ma Rolly Marchi è stato anche fotografo “di classe internazionale”, scrisse di lui Dino Buzzati, pubblicando ben 10 libri. La professione di giornalista invece la cominciò nel 1947, con Gianni Brera alla Gazzetta dello Sport, passando poi al Giorno, quindi a Il Giornale e per molti anni ha pubblicato la sua rivista intitolata: La Buona Neve. Nella sua lunga carriera ha raccontato ben 21 Olimpiadi.

Lo scrittore Rolly Marchi ha pubblicato cinque romanzi: Un Pezzo d’UomoLe Mani DureRide la LunaIl Silenzio delle CicaleE ancora la Neve, e tre libri di racconti: Il Tram della VitaNeve per Dimenticare e nel2006  l’ultimo (per ora) Se non ci fosse l’amore. Nel 1957 col suo primo racconto Oltre la Roccia Grigia vinse il Premio St. Vincent. 

Resta il dubbio se sia più corretto definirlo un uomo di montagna o una montagna d’uomo!

Beba Schranz

A Trento non perdeva occasione per unirsi al celebre Coro della Sat. ph. Serafin/MountCity

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