La “corsa rosa” e l’arte di divagare

Da vecchi appassionati di ciclismo occorre ammetterlo: conclusosi domenica 30 maggio con la spettacolare cronometro per le vie di Milano, un po’ il Giro d’Italia ci manca. Un po’ meno ci mancano però le voci stentoree che la Rai ha posto davanti ai microfoni ingaggiando, strada facendo, anche il Commissario tecnico degli azzurri. Non male è stata l’idea di affidare una parte delle “dirette” a una garbata ex ciclista sempre pronta a spendere una buona parola, e con tono talvolta materno, per i colleghi pedalatori. Ma quanta retorica, quante frasi fatte, quanti abbracci in favore di telecamere replicati fino alla nausea. Spiace anche avanzare, per sovrapprezzo, da utenti che pagano il canone, qualche riserva sulle “divagazioni” dell’immancabile scrittore opinionista che ci ha riempito la testa di lezioncine sussurrate nel microfono nei momenti più inopportuni. 

Orio Vergani (1898-1960), prestigiosa firma del “Corriere” e brillante cronista del Giro e del Tour. In apertura una delle ultime fasi della “corsa rosa” al Giro d’Italia appena concluso. Arch. Serafin/MountCity

Uno dei compiti del “divagatore” nelle telecronache dal Giro dovrebbe essere quello di sopperire alle carenze culturali dei fin troppo loquaci inviati della Rai, abili nell’individuare al volo il rapporto usato dai “girini” nelle salite più impervie, ma imbarazzati e imbarazzanti quando leggono, recitandolo a pappagallo, qualche dépliant delle organizzazioni turistiche. 

Compito non facile, tuttavia, è quello del “divagatore”. Bisogna capirlo. E’ costretto a misurarsi con cronisti del passato che sapevano intessere, loro sì, colte divagazioni sul canovaccio della corsa rosa senza mai risultare scoccianti. Basti pensare al compianto Gianni Mura, penna brillante come pochi, che rinverdì la prosa di maestri come Gianni Brera, “padano di riva e di golena”. 

Del resto, le grandi penne del giornalismo un tempo erano di casa al Giro. Il leggendario Vittorio Varale seguiva la corsa rosa per La Stampa, ed era considerato un maestro. Nelle pagine del Corriere della Sera, troneggiava l’inviato speciale Orio Vergani (1898-1960) che non si lasciava distrarre dai “garoni” di celebri atleti quali Coppi, Bartali o Bobet quando si trattava di dare conto delle meraviglie delle Alpi. Di sicuro, transitando dalla val di Fassa, il vecchio Orio non avrebbe rinunciato per alcuna ragione al mondo a riferire delle imprese, su quelle crode, del “Diavolo delle Dolomiti” Tita Piaz e del suo fedele cliente Alberto del Belgio.

A proposito. Durante una delle ultime tappe, mentre il mite Barnal difendeva con i denti la maglia rosa sui tornanti che salivano all’Alpe di Mera, è capitato di ascoltare da parte del “divagatore” il fantasioso racconto dei pionieri che nel dopoguerra diedero vita a questo paradiso dello sci oggi in declino. “Salivano lassù mettendosi in spalla sci pesanti come cancelli, erano muniti di pelli di foca per proteggersi dal freddo”, raccontò in diretta il citato “divagatore”.

Qualcosa può esserci sfuggito, ma sul peso degli sci ci sarebbe da eccepire. Quelli dei nonni erano fatti di hickory, frassino o betulla. Ed erano privi di lamine. Leggeri come piume, ma purtroppo fragili. Quanto alle pelli di foca non servivano a sfuggire ai rigori dell’inverno. Venivano semplicemente applicate mediante cinghietti sotto la suola degli sci per agevolare la salita verso le vette. Una pratica seguita ancora oggi, ma con pelli sintetiche. Tant’è vero che nel gergo scialpinistico fa chic usare il neologismo “pellare” per indicare l’andarsene spensieratamente in escursione sulla neve vergine. Ma è lecito pretendere che lo sappia un “divagatore” della Rai, per quanto pluripremiato in rinomati ludi cartacei? (Ser)

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