Letture / Le estati in alpeggio del piccolo Annibale

Lo sguardo dell’antropologo non lo abbandona mai, ma nemmeno lo abbandonano gli stupori che suscitavano in lui, da bambino, le montagne. Per questo, in età da considerare “avanzata”, Annibale Salsa ha deciso di rievocare la sua infanzia in un libro in cui per la prima volta si racconta in prima persona. “Un’estate in alpeggio” (Ponte alle Grazie e Cai, 127 pagine,13 euro, prefazione di Marco Albino Ferrari) rappresenta un piacevole cocktail di sensazioni. Il tono è lieve e favolistico come si conviene a una lettura per ragazzi. Ma al tempo stesso perfetto appare l’innesto di questa ricerca stilistica in una tessitura da antropologo dove “in ogni cambio di tonalità nel verde dell’erba” l’autore decifra i segni dell’uomo e delle comunità che hanno abitato i luoghi descritti. 

Di pagina in pagina Salsa compara infatti abitudini e tradizioni che avevano per teatro nella buona stagione il mondo degli alpeggi oggi di grande attualità nel contesto della green economy. Di pagina in pagina registra novità e gesti dal sapore antico che non smettono di affascinarlo. E così la lettura pian piano ti conquista trasmettendo immagini oggi desuete.

“Sono partito più di sessant’anni fa là dove nascono le Alpi”, racconta Salsa, “al confine tra Piemonte e Liguria, in un luogo familiare, circondato da gente a me conosciuta. Sono partito con un piccolo zaino, otto mucche e l’idea che raggiungere la montagna avrebbe significato conquistare il mondo”. 

La montagna, per quel bambino di nome Annibale, ha l’aspetto rustico di un alpeggio e si chiama Conca del Prel. Lassù il piccolo Annibale trascorre la prima di tante estati in compagnia dei malgari e dei ritmi sempre uguali della mungitura, del pascolo delle bovine, dei pasti consumati nel silenzio di un prato o la sera davanti al fuoco. 

Il piccolo Annibale non è meno curioso dell’Annibale adulto ed erudito che alla montagna ha dedicato la sua vita come insegnante di Antropologia filosofica e Antropologia culturale all’Università di Genova e come volontario (è stato presidente generale del Club Alpino Italiano). Ben presto impara come nascono i formaggi che danno il nome a vallate e montagne; prova paure ancestrali — quella del temporale più di tutte — e sente crescere dentro di sé il legame con un mondo che diventerà il centro della sua vita e della sua professione. 

Il rapporto con le mucche, anzi con le vacche (termine più appropriato) occupa molte pagine, e l’autore ne tratteggia con finezza il carattere, gli stati d’animo, le inquietudini appena percettibili che fanno un certo effetto se osservate con lo sguardo del bambino. Come si deduce dal glossario collocato in chiusura, l’autore è prodigo di informazioni su tutto quanto costituisce, nella varietà di espressioni che assume nell’arco alpino, il patrimonio di saperi e di storie che ruota attorno all’alpeggio. 

Si sono letti tanti libri dedicati all’infanzia in montagna, ma questo possiede il dono di penetrare con concretezza il mondo degli alpigiani, quelli di una volta perlomeno, e al tempo stesso di offrirci il quadro di un’infanzia felice e appagata senza bisogno di smartphone e altri device. Una stagione di cui oggi, talvolta, si è purtroppo perso il ricordo. (Ser)

Vacanze in alpeggio. Il dopoguerra è appena incominciato (arch. Serafin/MountCity)

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